Afterparty: in fuga sul mare

dicembre 20, 2014 da Cronotopo

Il cielo azzurro era come trafitto dal sole abbacinante. Neanche una nuvola offuscava la luce che cadeva a picco sulle onde del mare, basse e lunghe. Tutto intorno la superficie dell’acqua si estendeva a perdita d’occhio fino alla costa, una striscia marrone e gialla all’orizzonte. Dall’altra parte l’ombra delle principali isole del Tirreno del nord segnavano i confini del visibile.

Sabina indossava ancora il camice dell’ospedale, o quel che ne rimaneva, senza nulla sotto. Il refolo che le salva fra le cosce la stimolava in maniera del tutto inopportuna, vista la situazione. Non sapeva come, ma stava volando. Stava volando ad una velocità pazzesca: gli occhi erano in fiamme, lacrime schizzavano ai lati del viso, tuttavia si rendeva conto che l’attrito dell’aria era attutito da qualcosa.

sabina in volo2

Volava con il corpo parallelo alla superficie terrestre, in quel momento costituita dall’acqua marina, le braccia protese in avanti come si vedeva nei fumetti e nei film di supereroi volanti. Per qualche ragione di cui lei era completamente all’oscuro, anche lei aveva dei poteri, proprio come i supereroi.

Per fortuna volare le stava schiarendo le idee: e va bene, era tutto vero, il complotto e tutto il resto. I mostri esistevano, lei era una super… donna, tipo Wonderwoman, e quelli della polizia europea erano al soldo di chissà quale orrenda cospirazione, che probabilmente era dietro anche alla festa e a quello che era successo, e ora le stavano sicuramente dando la caccia. E non solo perché era una testimone scomoda, no. Avrebbe scommesso qualunque cosa che erano interessati anche ai suoi poteri. Lo sentiva, con una certezza che non riusciva a spiegare. Che fosse anche quello un potere?

Ma le domande non erano certo diminuite, anzi, si erano moltiplicate esponenzialmente fino a farle quasi esplodere il cervello. Decise di pensare ad una cosa per volta: il primo obiettivo era nascondersi. Dove? Nell’isola più deserta che si trova vicino alla costa toscana, l’isola di Montecristo. Sperava solo di trovarla, non era così semplice. Aveva volato tenendo la costa sulla sinistra, era girata al largo dell’isola d’Elba e ora puntava ad una macchia scura che sperava fosse la sua destinazione.

Secondo passo da fare: capire i poteri. Da quando era saltata giù dalla terrazza dell’ospedale non si era mai fermata, ormai le sembrava di volare da ore. Aveva paura a rallentare o a fermarsi. E se cadeva? Se non riusciva a ripartire? Quando si era gettata la sua caduta era rallentata fino a fermarsi, aveva sentito qualcosa, come trovarsi in una bolla d’aria che poteva dirigere con il pensiero e così era partita schizzando verso il mare.

Non voleva fare cazzate: fermarsi in mezzo al mare per fare prove di volo poteva essere pericoloso, meglio provare sulla terraferma. Però doveva stare attenta a non schiantarsi. Stava volando ad una velocità che doveva essere superiore ai cento chilometri orari. Avrebbe dovuto capire quantomeno come rallentare. Si stava vagamente calmando, anche se il cuore batteva ancora all’impazzata. Ma come non essere in paranoia dopo tutto quello che era successo?

Fece alcune prove, rallentò e poi accelerò senza problemi. -Ok- pensò -sono pronta al mio primo atterraggio.-

L’isola si avvicinava: sembrava proprio Montecristo: montuosa e disabitata. Puntò ad una parte boscosa, sperando che eventuali osservatori dalle barche che si vedevano a largo la scambiassero per un uccello. Non rallentò finché non distinse le chiome degli alberi, poi cercò di fermarsi prima dell’impatto. Si arrestò a mezz’aria, sfiorando con i piedi nudi, ancora scorticati per la corsa nel bosco la notte precedente, le fronde che ondeggiavano al vento.

Galleggiava nell’aria come se stesse a galla sulla superficie del mare, sospinta dalla brezza come da invisibili onde. Planò sopra l’area boscosa fino a trovare una radura tagliata da un ruscello gorgheggiante. Atterrò lentamente fino a toccare l’erba, poi si lasciò tirare dalla gravità. Assaporò la sensazione di tornare alla normalità, l’effetto di stare in piedi sulla terra. Barcollò incerta fino al corso d’acqua e si inginocchiò per bere e darsi una rinfrescata. L’acqua gelida le diede nuovo vigore.

Si allontanò di un passo e si distese supina sull’erba folta, incurante delle punzecchiature che gli steli le procuravano sulla pelle, mettendo le mani dietro la nuca e guardando il cielo.

Cosa non avrebbe dato per un bel cannone, o anche solo una sigaretta.

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