Afterparty: in viaggio

dicembre 20, 2014 da Cronotopo

L’indomani Sabina si svegliò con il sole che le ustionava la faccia, sudata fradicia e mezzo aggrovigliata con il telo che le aveva fatto da materasso e da coperta. Afferrò lo zaino e si diresse al ruscello vicino al quale si era accampata la notte prima.

Dopo un bagno ristoratore, fece colazione con un pacco di biscotti che aveva trafugato nella dispensa delle guardie forestali, bevette la fresca acqua dell’isola e si accese una sigaretta, gustando ogni tiro come fosse stata l’erba più buona del mondo. Avrebbe dato qualunque cosa per un po’ di ganja olandese che la stonasse di brutto, ma l’unico stupefacente che aveva era la birra che si era scolata la sera prima.

Cercò di concentrarsi sulla giornata che la aspettava: c’erano l’ignoto e la minaccia davanti a lei. La tranquillità dell’ameno paesaggio naturale che la circondava non la aiutava a prendere sul serio quello che le era successo: sembrava tutto così normale, il sole, gli alberi, l’acqua del ruscello e quella del mare scintillante, le rocce, la costa in lontananza.

Invece lei era una ricercata dalla polizia, e dietro c’era di sicuro qualche cospirazione, che a sua volta aveva a che fare con orribili mostri che facevano esplodere le persone. Che cazzo doveva fare? L’unico punto a suo favore era che aveva la sfera. Ma i cospiratori? Avevano poteri come lei, magari più sviluppati?

Non ne sapeva un cazzo, quindi era inutile fare ipotesi.

La prima cosa era sopravvivere, la seconda era raccogliere informazioni. Già, ma come? Chi conosceva che poteva aiutarla in un simile compito? Chi poteva essere disposto a crederle? Chi non sarebbe rimasto troppo sconvolto nel vederle manifestare i poteri della sfera?

Poi la risposta le venne naturale, incredibile non averci pensato prima. C’era l’Australiano, mister scie chimiche, il complottista per eccellenza, il dj degli Shottabass che postava sempre la roba più assurda su facebook e sosteneva teorie veramente incredibili sull’uomo, il mondo e tutto il resto.

Pensandoci bene, era abbastanza naturale che non ci avesse pensato prima. Aveva sempre pensato che per la maggior parte le cose che diceva quello lì fossero cazzate, invece ora avrebbe dovuto dargli ragione su tutto, e anzi avrebbe avuto materiale per confermare le sue idee.

Perfetto. Se c’era uno che poteva avere un’idea di cosa fare era lui, anche se in realtà non si fidava un gran ché. In fondo era un cottone, come tutti nell’ambiente. In genere non era gente granché affidabile. Ma in fondo valeva la pena provare, non c’era altra strada. Certo tornare in città poteva essere pericoloso, era il primo posto dove sarebbero andati a cercarla, doveva fare attenzione.

Ora che aveva uno scopo, era anche più facile pensare alla sopravvivenza. La cosa che più di tutte le serviva era il cash, denaro contante. Con quello poteva andare ovunque senza dare troppo nell’occhio. Come procurarselo? Semplice, pensò, rapinando un bancomat.

Ma non poteva farlo di giorno, avrebbe attratto troppo l’attenzione. Avrebbe aspettato la sera. Nel frattempo sarebbe sbarcata sul continente, avrebbe individuato un luogo adatto alla rapina e se la sarebbe presa comoda, facendo prove di comportamento perfettamente normale, la chiave per passare inosservati.

Ormai aveva programmi per almeno un paio di giorni, dal suo amico dj sarebbe andata il giorno dopo. Per prima cosa i soldi, in modo da essere sempre pronta alla fuga. Alzò gli occhi al cielo e decollò come un razzo in direzione del continente.

Mentre la costa si faceva sempre più vicina, pensò a come atterrare in una zona abitata senza dare nell’occhio. In effetti era un bel problema. Con tutta quella luce una ragazza volante non sarebbe certo passata inosservata. Cazzo, da grandi poteri derivano grandi casini! Pensò un po’ stizzita.

Si arrestò a mezz’aria ancora ad una certa distanza dalla costa. Come faceva Superman? Si alzava in volo fino allo spazio e da lì vedeva dove c’era bisogno di lui. Peccato che lei non avesse né la capacità di rinunciare all’ossigeno né la supervista.

Tuttavia uno sguardo dall’alto poteva fare comodo. Così iniziò a salire verticalmente lungo la linea della gravità, sempre più in alto, finché l’intera regione si dispiegò davanti a lei come una cartina geografica gigante. Solo allora si rese conto che orientarsi in quel modo non era così facile. Non era come consultare il google maps.

Sapeva comunque di trovarsi sulla costa toscana, nella parte più a sud, quindi la città più vicina doveva essere Grosseto. Ma per arrivarci? Poteva atterrare in un’area deserta, ma poi avrebbe dovuto procedere a piedi, non poteva galleggiare a mezz’aria in mezzo di strada! E più sceglieva un luogo di atterraggio vicino alla civiltà, più rischiava di farsi scoprire.

Alla fine concepì un piano un po’ strambo, frutto di troppo arrovellamento sullo stesso problema senza elementi sicuri su cui ragionare: sorvolò la costa e raggiunse quella che secondo lei doveva essere Grosseto, cercò un’area boscosa nei dintorni e atterrò fra gli alberi vicino ad una strada che sembrava deserta per chilometri.

Raggiunse l’asfalto ed iniziò a camminare in direzione della città, aspettando di sentire il rumore di una macchina alle sue spalle. Dopo diversi minuti di passeggiata finalmente udì il suono di un motore. Si voltò e si preparò ad intercettare il veicolo. Si mise in mezzo di strada ed iniziò a fare ampi gesti con le braccia.

L’auto, una Fiesta verde scuro, rallentò e si fermò. A bordo c’era un uomo sui cinquanta, solo. Abbassò il finestrino mentre Sabina si avvicinava.

-Buongiorno!- disse lei.

-Buongiorno, agente.- disse l’uomo guardandola incuriosito. La radio accesa mandava l’ultima hit dell’estate.

-Ah, no, niente agente, sono solo una recluta della guardia forestale. Senta, mi scusi, stavo facendo un’escursione di… addestramento, ma mi sono persa, non è che mi porterebbe al paese più vicino?-

-Ma certo, signorina, prego.- essere donna aveva sempre i suoi vantaggi.

La ragazza salì a bordo, mettendosi comoda. Osservò l’interno della macchina e il suo conducente. Aveva un aspetto un po’ trasandato, ma niente di preoccupante. Il posacenere era pieno di cicche.

-Io sono Sara.- mentì Sabina.

-Stefano. Piacere.-

-Piacere mio. Posso fumare?- chiese.

-Certo, certo. Vuoi una sigaretta?-

-Grazie, ho le mie.- ne estrasse una ed attivò l’accendisigari dell’automobile.

Fumò in silenzio mentre il paesaggio da boscoso si faceva agricolo.

-Dov’era diretto?- chiese all’uomo.

-Veramente andavo in città.-

-Perfetto, mi può lasciare anche lì.-

-D’accordo.-

Dopo qualche chilometro l’uomo, che ogni tanto voltava lo sguardo su di lei per un attimo, attaccò discorso, ed era un discorso pericoloso: -Sai, scusa, ma mi sembra di averti già visto da qualche parte.-

Lei scosse le spalle, come per dire che non aveva la stessa impressione.

-Di dove sei?- continuò lui.

-Siena.- mentì di nuovo la ragazza.

-Che strano, dall’accento avrei detto più fiorentina.-

Infatti, come la ragazza che aveva compiuto la strage. Per camuffarsi meglio Sabina aveva raccolto i capelli castani dentro il berretto. Sperò bastasse, insieme alla divisa, a non assomigliare troppo alla ragazza della foto sui giornali.

Purtroppo notò la sua stessa faccia che la guardava da una copia di un quotidiano piegata in un angolo del cruscotto. L’uomo tuttavia non sembrava badarci, non aveva ancora ricollegato, per fortuna.

Poi la fortuna finì: la radio interruppe la sequela di successi commerciali per il notiziario di mezzogiorno: -Ancora nessuna traccia di Sabina Galliano, la tossicodipendente che questo lunedì ha ucciso un centinaio di giovani durante una festa illegale nei boschi della riviera toscana…-

Stefano si voltò di scatto verso la ragazza, la quale a sua volta lo fissò, e capì che lui aveva capito, che sapeva chi era. Era fregata. I due rimasero in silenzio per una manciata di secondi, poi lui riuscì a dire: -Ti prego… non farmi del male!-

-Ti sembro una che ammazza così la gente?-

-Ma i giornali, la radio, la tele… dicono tutti che…-

-Non sono stata io, va bene?-

-Come vuoi, scusa!- l’uomo era un vigliacco, se la stava facendo sotto.

-Senti, vuoi sapere davvero com’è andata? Beh, non ci crederesti mai. Io ho solo un problema, sai?-

-Ah si?- era inutile parlare con lui, era accecato dalla paura. Doveva in tutti i modi impedire che chiamasse la polizia nelle prossime ore.

-Ferma la macchina.- gli intimò.

L’uomo inchiodò sul posto. Meno male che la strada era deserta.

-Scendi!- L’uomo aprì lentamente lo sportello della sua macchina e scese. Lei aspettò che richiudesse la porta prima di uscire a sua volta. Il coglione però tentò la fuga a piedi. Lei gli mandò dietro la sfera ed usò lo stesso trucco che aveva usato con le guardie forestali di Montecristo, facendolo svenire. Usò il suo potere come una gigantesca mano che raccolse il corpo dell’uomo e lo depose al bordo della strada.

Lo perquisì, gli prese il cellulare, lo schiantò a terra e lo calpestò più volte per distruggerlo. Gli fregò anche il portafoglio, incredibilmente pieno: conteneva almeno duecento euro. Tolse tutti i documenti e le carte, lasciando solo i soldi, poi se lo infilò in tasca. Cercò nell’auto qualcosa per legare l’uomo, trovò una massa di tiranti e la utilizzò per avvolgere il malcapitato.

Cercò di fare il prima possibile, se arrivava un’altra macchina era fritta. Quand’ebbe finito di legare il povero Stefano, sfruttò la sua sfera per nasconderlo fra le siepi. Sperò che alla fine se la cavasse e non morisse disidratato o roba simile.

Infine montò in macchina e partì alla volta di Grosseto.

Giunta in città fece un giro finché non trovò quello che cercava: un bancomat.

Lasciò la macchina e cercò un posto dove mangiare. Si fermò ad una trattoria, ordinò un pasto completo, antipasto di crostini toscani, spaghetti alla carrettiera, bistecca e patate arrosto, una panna cotta come dolce, caffè e ammazzacaffè. Dopo pranzo si fermò al bagno del ristorante per pisciare e darsi una sciacquata.

Avrebbe voluto anche fare la cacca, ma non si sentiva esattamente a suo agio. Si chiese se sarebbe mai riuscita a rilassarsi abbastanza per farla o se sarebbe scoppiata come un gavettone di merda.

Giunta la sera venne il momento di attuare il suo piano. Aspettò notte fonda, poi si piazzò a qualche metro dallo sportello automatico. Si concentrò sulla sfera, la fece spostare autonomamente, prima con lentezza, poi, quando il suo corpo fu all’esterno, la solidificò e la spinse con tutta la forza possibile contro le telecamere della banca.

I dispositivi di sicurezza andarono in frantumi con una pioggia di scintille.

Doveva sbrigarsi; richiamò la sua amica, si staccò da terra, fece un mezzo giro per trovarsi di fronte al bancomat e poi si gettò contro lo sportello. Ci fu un rumore violento di metallo divelto e mattoni che si spezzavano tutti insieme. Dal cratere verticale emergevano mazzi di banconote da cinquanta e da venti.

Sabina ne afferrò il più possibile, infilò tutto nello zaino e decollò nel cielo notturno a velocità folle: in un attimo intorno a lei sparirono le luci della città, che rimasero come un mare luminescente sotto di lei, mentre l’oscurità l’avvolgeva.

Rimaneva solo da trovare un altro posto dove passare la notte. Non poteva andare in un albergo, chiedevano sempre i documenti, così vagò per un po’ sopra una zona boscosa finché non trovò una radura isolata dove si accampò in attesa dell’indomani.

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