Afterparty: la recluta, parte 4

marzo 22, 2015 da Cronotopo

Il nuovo arrivato inarcò un sopracciglio: -Ti aspettavi che mi presentarsi nudo, coperto di pitture rituali sul corpo e una corona di piume in testa?- disse senza preamboli. Aveva una voce profonda e musicale, Giacomo valutò con orecchio professionale che sarebbe stato un perfetto cantante dancehall.

-Beh, forse si. Il tuo amico se ne stava incappucciato come in un cazzo di film fantasy!-

Il nero abbozzò un sorriso, ma non disse nulla.

Sei tu lo sciamano africano?- chiese dubbioso il ragazzo.

-Sono io. Puoi chiamarmi Ansar.-

-Sei più gentile del tuo…-

-Del mio fratello del rito celtico?-

-Si. Lui manco si è presentato.-

-I bianchi, gli europei, sono molto diffidenti, e conoscono, forse più di ogni altro, il potere dei nomi. Non rivelarti il suo, neppure un nome di comodo, serviva ad aumentare il suo potere su di te.-

-Perché invece tu ti sei presentato?-

-Io sarò la tua guida in questa prova. Ci vuole almeno un piccolo seme di fiducia in te.-

-Quale prova?-

-Credevo che ne aveste già parlato.-

-Si, boh, mi ha detto qualcosa sul mettermi alla prova, ma alla fine mi ha solo spiegato che mi farete ascoltare della musica…-

-Non è semplice musica. Ascolterai la Musica degli Antichi, al suono della quale Essi danzano dall’inizio dei tempi. Ed è una vera prova: se non impazzirai del tutto, allora sono sicuro che accetterai spontaneamente la nostra causa e diventerai dei nostri.-

-Sembrate tutti molto sicuri su questo punto.-

-Perché ti conosciamo, Giacomo, sappiamo chi sei. Ti stavamo aspettando, aspettavamo il momento più opportuno per portarti dalla nostra parte. Le peripezie della tua amica hanno solo accelerato i tempi.-

-Beh, allora che stiamo aspettando? Voglio sentire questa musica e farla finita.-

-Ma certo. Da questa parte.- E l’uomo accennò ad una parete dove era comparsa miracolosamente una oscura apertura nella roccia.

Il ragazzo seguì il sedicente sciamano oltre la soglia del buio antro, trovandosi a camminare nell’oscurità pressoché completa. Poteva ancora distinguere la sua guida però, anche se man mano che avanzavano qualcosa in lui cambiava.

Gli occhiali da sole divennero una maschera rituale spaventosa, i dread si sciolsero come per incanto e furono circondati da una corona di piume, la giacca di pelle divenne un manto leopardato e la camicia si fuse con i pantaloni in un unico panno bianco che avvolgeva il corpo dell’uomo dal petto in giù. Solo le collane rimasero tali e quali.

-Così va meglio? Sono più convincente?- chiese ironico il nero girandosi appena.

Intanto il silenzio intorno a loro inziò ad essere invaso da un lontano rullio di tamburi. Si udirono delle voci, canti e urla.

A Giacomo si accapponò la pelle. -Sarebbe questa la Musica degli Antichi?- domandò.

-Nient’affatto- rispose Ansar -questo è il rito del mio cerchio, gli Antichi si manifesterano al culmine della celebrazione.- In mano ora teneva uno scettro d’osso, il femore di qualche animale, con la sommità scolpita a raffigurare un volto mostruoso che non apparteneva a niente che il ragazzo avesse mai visto.

Ad un tratto spuntarono in una radura circondata da pochi mastodontici alberi. La pianura si estendeva a perdita d’occhio nell’oscurità della notte, nel cielo brillavano a milioni le stelle. Qualcosa diceva a Giacomo che non era più in Italia.

Un grande falò ardeva al centro di un cerchio di persone, uomini e donne di colore, completamente nudi, si agitavano al suono di tamburi ossessivi e cantavano sguaiatamente in una lingua incomprensibile.

I musicisti erano sparsi tutto intorno: anche loro erano nudi ed erano coperti da pitture rituali nere, rosse e bianche.

Poi Giacomo notò le figure inchiodate agli alberi: cadaveri umani scuoiati come bestie, uomini, donne e perfino bambini. I loro ventri erano aperti e le budella ricadevano sull’erba sottostante. Lo shock fu repentino. Rimase come pietrificato.

-Adesso mi unirò al rito- disse Ansar tranquillamente -tu fai pure ciò che più ti sembra opportuno.- E detto questo avanzò al centro del cerchio. La sua voce profonda si unì al canto e sovrastò tutte le altre. Cantava aggrovigliando le parole una dietro l’altra.

Aveva visto giusto, pensò Giacomo come se la sua mente si trovasse a milioni di chilometri dal suo corpo, quello sciamano sarebbe stato un perfetto mc. Poi iniziò a notare dettagli sempre più raccapriccianti: coloro che partecipavano al rito erano nudi, ma coperti di sangue rappreso dalla testa ai piedi.

Presso il fuoco c’era un gruppo di ragazzine bianche, nude e legate, che piangevano e urlavano dimenandosi.

Ansar si avvicinò loro brandendo lo scettro d’osso in una mano e un coltello riscurvo nell’altro. Con pochi gesti esperti staccò di netto le braccia alle vittime e le gettò letteralmente in pasto alla folla, che iniziò a cibarsi delle membra candide.

Le ragazzine erano ancora in vita, urlanti di dolore e paura, quando lo sciamano si avventò su di loro come un leone: la sua maschera rituale non era più soltanto una maschera, era divenuta il suo vero volto, la bocca spalancata mostrava denti aguzzi, con i quali addentò la giovane carne.

Giacomo osservava immobile quella scena terrificante, quell’orgia di sangue, la folla che masticava carne umana e la sua guida che adesso si ergeva sui cadaveri delle sue vittime ululando al cielo.

Eppure non si sentiva impaurito. C’era qualcosa, nel modo in cui veniva consumato quello scempio, che lo faceva assomigliare più ad una scena di caccia degli animali che ad un omicidio di massa umano. Non c’era malvagità nel modo in cui lo sciamano e gli altri compivano quegli atroci atti di cannibalismo, non c’era compiacimento, anzi, sembravano in qualche modo coscienti di non arrecare vero danno alle loro prede.

Poi accadde qualcosa. Dalla terra emerse un rombo cupo, dal cielo si udirono versi striduli che non potevano appartenere ad esseri di questo mondo.

Nere creature alate appena distinguibili nella notte si gettarono sui cadaveri scuoiati appesi agli alberi e iniziarono a nutrirsene. Alcune furono colpite dalla luce del fuoco, magre figure nere come la notte, vagamente umanoidi, dotate di piccole ali viscide. Producevano un suono schifoso mentre si nutrivano delle offerte umane.

E poi la sentì: udì la musica degli Antichi. Non avrebbe mai più scordato quel momento, il momento in cui la sua percezione del mondo cambiò per sempre.

Alzò gli occhi al cielo, ma non c’era più nessun cielo, bensì una volta immane di materia in continua trasformazione, che si agitava come un mare in tempesta, e al di sotto di essa una miriade di esseri indescrivibili che danzavano al suono dei ritmi più folli e dei bassi più potenti che Giacomo avesse mai sentito in vita sua.

Gli impianti da decine di migliaia di kilowatt delle migliori feste dub non erano niente a confronto di quello spettacolo sonoro. Era come paragonare un accendino ad una bomba nuceare. Sembravano contemporaneamente versi di creature viventi e prodotti dei migliori sintetizzatori, onde quadre e seghettate squassarono il corpo del ragazzo attraversandolo come una scarica elettrica, come se un fulmine lo avesse colpito lì dov’era.

La vista delle creature, degli Antichi che agitavano forsennatamente arti e tentacoli al ritmo di quel beat allucinante, dove ogni colpo di cassa sembrava potesse spezzare il mondo in due come una noce, era altrettanto sconvolgente della colonna sonora, e ancora più terrificante, poiché era la manifestazione di ciò che l’uomo non avrebbe dovuto conoscere.

Fu quello l’ultimo pensiero di Giacomo, detto l’Australiano, fatto con gli ultimi barlumi di lucidità prima di cedere al potere soverchiante della visione e di essere travolto dal bisogno di scatenarsi come una belva. In quei casi un uomo che avesse tentato di resistere, di restare lucido fino all’ultimo, sarebbe morto o impazzito. Invece il ragazzo si arrese completamente alla maestà dei Grandi Antichi, che da sempre festeggiavano al cospetto del grande ventre del mondo, liberando il suo lato più selvaggio e incontrollabile.

Giacomo si strappò i vestiti di dosso e si unì al rito con un balzo.

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