Afterparty: l’arrivo

dicembre 20, 2014 da Cronotopo

feardrugsbadlanguage

Pianeta Terra, anno 2018 d.C.
datazione basata sulla rivoluzione del pianeta attorno alla sua stella e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.


I bit, elettroni che correvano nel processore Intel, elaboravano il suono trasformando sfilze di numeri, dati digitali, in segnali analogici da inviare alle casse spia, connettendo l’interfaccia grafica dove le diverse tracce scomponevano la musica in oggetti virtuali manipolabili dalla mente umana con le vibrazioni sonore che colpivano i timpani, dove i segnali analogici venivano riconvertiti in una codifica digitale adatta al cervello umano, ove i dati diventavano vissuti della coscienza.

Il fondo che ospitava lo studio era saturo dei bassi pompati dall’impianto; ovunque manifesti delle serate passate, presenti e future affollavano le pareti e gli scaffali pieni di ogni sorta di cianfrusaglia: cavi audio, parti di casse, fili elettrici, microfoni rotti, vecchi cd impolverati, ed altri oggetti ancora, impossibili da identificare.

Il tavolo era ingombro: oltre alle casse spia c’erano il mixer, un paio di finali, un computer fisso ormai datato, il router, diversi posacenere semipieni, uno invece quasi pulito dove fumava una canna abbandonata a sé stessa che emanava un gradevole odore di ganja biologica, e naturalmente il portatile Mac su cui il ragazzo stava lavorando.

Ma Giacomo, anche noto come Jackson l’Australiano, non riusciva a concentrarsi: la notizia l’aveva lasciato scosso, anche dopo due giorni. Era ormai giovedì: lunedì scorso, approfittando del ponte per il primo maggio, c’era stata una festa in riviera, una di quelle a cui non andava mai, la techno non era il suo genere. Anche se di feste ne aveva spinte tante. E là una ragazza aveva fatto una strage con un fucile automatico. Era tuttora ricercata dalle forze dell’ordine.

Conosceva quella ragazza: Sabina veniva sempre alle serate della sua crew, la Shottabass, l’aveva vista un sacco di volte, ci aveva chiaccherato e fumato insieme, lei ci aveva pure provato un paio di volte, tutta fatta, ma lui l’aveva rifiutata. Era la tipica che ti poteva attaccare un paio di malattie veneree con un pompino, anzi, era quasi sicuro che qualcuno avesse incontrato quelle spiacevoli conseguenze dopo esserci andato.

Ma che fosse una psicopatica assassina non gli era mai passato per la testa neanche di striscio, era la tipica frequentatrice delle feste, un po’ di fuori, ma di sicuro inoffensiva. No, non aveva senso che una così si procurasse un fucile e uccidesse tutte quelle persone. Almenoché… qualcuno non l’avesse costretta a farlo. Dovevano essere stati loro.

Ma perché loro, la Rosa Rossa, gli Illuminati, si sarebbero dovuti scomodare per una cosa del genere? Certo c’erano corrispondenze inquietanti: la discoteca più vicina alla scena del delitto si chiamava Roses, come Rosa, era una notte di luna piena, ed era la notte di Valpurga, notte sacra per i satanisti. Non capitava certo tutti gli anni una congiuntura simile.

E poi la strage aveva avuto un impatto mediatico senza precedenti: da due giorni giornali, televisioni e siti non parlavano d’altro: strage al rave, droghe psicopatiche, gioventù assassina, e chi più ne ha più ne metta. Si preparava un’altra stagione di retate e di polizia ad ogni cazzo di serata.

Giacomo non era affatto tranquillo: seguiva diversi siti che facevano analisi particolareggiate delle simbologie massoniche insite nella maggior parte di quello che passava il mainstream, e i segni erano inequivocabili. Si trattava di un omicidio rituale, di massa in questo caso. Incolpare una povera ragazzina doveva fare parte di un piano per stringere ancora di più la morsa repressiva sulle nuove generazioni, sempre più esasperate dalla mancanza di futuro e da un mondo stracolmo di passioni tristi.

Non riusciva a lavorare al pezzo: doveva chiudere quel remix entro la fine della settimana, ma non stava facendo grandi progressi. Ascoltava pigramente il loop, ogni tanto aggiungeva un piatto, toglieva un effetto, mentre la voce pastosa del giamaicano mitragliava fuori le parole sul riddim in costruzione. Ogni cinque secondi, però, controllava sul browser se c’erano aggiornamenti, consultando una decina di pagine differenti.

L’unica cosa davvero strana di tutta la vicenda di Sabina, è che non l’avevano ancora beccata. O meglio, l’avevano presa, ma l’avevano tenuta in ospedale credendo che fosse una vittima scampata alla strage. Invece aveva ucciso alcuni infermieri ed era fuggita. Sulla vicenda stava indagando anche l’eurogendfor, la polizia europea.

Era la prima volta che l’europolizia veniva coinvolta in un caso mediatico come quello, e infatti probabilmente era quella la vera ragione del massacro: dare lustro alle nuove forze dell’ordine al soldo della BCE e delle elite mondiali, formattare la popolazione con l’idea che erano loro gli unici che potevano occuparsi di casi così gravi.

La presunta fuga della ragazza e la caccia all’uomo, anzi, alla donna serviva solo ad alzare la tensione, a far pensare che fosse davvero pericolosa, tanto da uccidere anche i membri del personale di un ospedale e fuggire sotto il naso dei medici e della polizia. Che storia assurda! Come aveva fatto a fuggire in quel modo? Era sicuro che la tenessero segretamente in custodia, aspettando il momento in cui la sua cattura avrebbe avuto maggiore impatto sulla popolazione.

Giacomo prese la canna dal posacenere, ormai spenta, se la portò alla bocca e la riaccese, aspirando profondamente. Mentre buttava fuori il fumo, qualcuno bussò furiosamente alla porta in vetro opaco facendogli andare di traverso il tiro successivo.

Si voltò appena in tempo per vedere la porta aprirsi. Qualcuno entrò trafelato sbattendosi la porta alle spalle.

Per un attimo credette che fosse uno sbirro, perché indossava una divisa con tanto di berretto. Poi notò che la divisa era verde scuro, sembrava più un soldato che un poliziotto.

Ma non era un militare. Era Sabina.

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