Dove gli dei sono crudeli: il maestro dell’Ombra, parte 2

marzo 28, 2015 da Cronotopo

Vargat si aspettava due maestri, invece pareva ce ne fosse solo uno; l’altro riusciva ad inquadrarlo peggio senza vederlo con i propri occhi. Però qualcosa sentiva, l’aura tipica dei servitori degli dei, un chierico, o forse un paladino della fede. Non aveva paura di quella feccia.

La sua bocca sottile si storse in un ghigno, mettendo in mostra i denti. Sarebbe stato più facile del previsto.

-Preparati!- sussurrò all’orchessa al suo fianco, che rinsaldò la presa sulle armi.

Improvvisamente la realtà sembrò immersa nel miele, il tempo stesso rallentò, ogni movimento sembrava impiegare un’eternità. Era il potere degli adepti del culto di Melar, il potere delle sabbie del tempo.

Vargat sillabò una silenziosa bestemmia rivolta al dio del tempo mentre osservava una figura avvolta nelle ombre emergere dalle fiamme che divampavano nella giungla. Eccolo il maestro dell’ombra, che muovendosi a velocità normale iniziava un bombardamento di corti pugnali kunari nella loro direzione.

Se non reagivano all’istante lui e l’orchessa sarebbero morti miseramente ancora prima di incominciare la battaglia. Per fortuna che i monaci di Falagacìtta gli avevano trasmesso speciali tecniche di focalizzazione della propria volontà proprio per contrastare la mano degli dei che proteggeva con il loro potere i fedeli.

Si trattava di un potere, quello divino, che trascendeva la magia, trascendeva il Soffio vitale, trascendeva anche i trucchi mentali di paladini e monaci, era qualcosa d’altro, il potere senza nome che era l’oggetto delle Arti Proibite. Alcuni dei sacerdoti e dei paladini erano in grado di invocare il favore divino e quindi di partecipare in qualche modo di quel potere, proprio come stava accadendo in quel momento.

Ma i maestri della Mano Vuota coltivavano tecniche segrete di cui non sapevano nulla neppure i dispotici sacerdoti di Melar e di Zeno che dominavano il Carvat; c’era un motivo se nessuno era in grado di sconfiggere un seguace della Via, neppure un paladino con il favore del dio del Tempo. Vargat le aveva apprese tutte prima ancora di diventare un maestro. In effetti non lo era mai diventato ufficialmente, ne mai lo sarebbe stato. Ma sapeva di essere in grado di battere la maggior parte dei maestri di Falagacìtta, e non solo: dopo l’incontro con il cavaliere della Luce aveva compreso che le sue tecniche erano di un livello insperatamente alto.

Si concentrò e raggiunse con la mente quella che aveva imparato a chiamare la Soglia della Realtà: nessuno dei suoi maestri, né Dakka né altri, erano stati in grado di dirgli cosa si trovava aldilà di quello stato mentale. Nessuno era in grado di oltrepassarla. Nemmeno lui. Sapeva però come servirsene, almeno in teoria. Era venuto il momento di mettere in pratica gli insegnamenti proibiti dei monaci che avrebbero valso ai monasteri l’ordine di essere rasi al suolo.

La sua volontà fece forza contro l’invisibile mebrana che avvolgeva la realtà stessa, e il miele nella quale era immersa si volatilizzò, il tempo riprese il suo normale corso. Vargat fece una capriola all’indietro per schivare i pugnali, mentre Ugda semplicemente interpose il piatto della spada orchesca facendoli ribalzare.

-Attenta alle ombre!- la avvertì il goblin -Se ti toccano sei perduta!-

Il maestro dell’ombra si muoveva come un serpente saettando da una parte e dall’altra; la sua figura aveva i contorni distorti dalle tecniche di manipolazione dell’oscurità, difficile riuscire a beccarlo con un colpo. Tentacoli di tenebra propruppero dalle sue braccia in direzione dei due combattenti.

Ugda li fece a pezzi con la spada, mentre Vargat li schivò avvicinandosi. Tentò di entrare in corpo a corpo senza successo: le ombre sono sfuggenti. Anche quando pensava di aver colpito, gli sembrava di prendere a pugni l’acqua. Divaricò le dita artigliate manipolando i fili animati dal soffio per squarciare l’oscurità che circondava il suo avversario; purtroppo l’effetto era solo temporaneo.

Nel frattempo l’altro combattente non si vedeva, ma il goblin poteva sentire che aveva individuato i due maghi appostati e stava dando loro battaglia sui rami dei grandi alberi tutto intorno. Non aveva tempo per preoccuparsi di loro.

Ad un tratto Ugda si immobilizzò. -Merda!- pensò Vargat -Un filamento d’ombra deve averla raggiunta!- ed in effetti una sottile linea scura partiva dall’ombra sotto i piedi dell’orchessa per teminare nei nembi oscuri che avvolgevano ancora il loro avversario.

-E così siamo solo io e te, goblin!- sibilò quest’ultimo. -Cadrai per mano di Soras, maestro dell’Ombra di Managavànda!-

-Staremo a vedere, idiota notturno!- rispose senza battere ciglio Vargat -Dove hai lasciato il tuo compare della Luce? Senza il suo aiuto il tuo attacco sarebbe stato più efficace.-

-Di che parli?-

-Lo so che è stato lui a provocare l’eclisse, ma ci avete solo messo in allarme. Speravi di coglierci nel buio, vero? Pensavi che nessuno avrebbe capito, ma ti è andata male.-

Soras rimase in silenzio. Stava preparando qualcosa di speciale per il suo avversario.

Vargat si accorse giusto in tempo di cosa stava per succedere: quello che aveva davanti era un clone d’ombra, il vero Soras tentò di colpirlo alle spalle, mancandolo per un pelo. I cloni si moltiplicarono e lui si trovò circondato.

Non si trattava di semplici illusioni, la sostanza di cui erano fatti picchiava duro. Non poté evitare la scarica di colpi che lo investì e si ritrovò a terra sputando sangue nella polvere. Doveva inventarsi qualcos’altro se voleva uscirne.

-E va bene- pensò -è il momento di fare sul serio.-

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