Dove gli dei sono crudeli, parte 3

novembre 11, 2014 da Cronotopo

Breska era un buco di merda, un agglomerato di capanne e basse costruzioni di terra. L’unico edificio in pietra era la locanda, tre solidi piani costruiti con perizia. Una palizzata di legno circondava il villaggio per proteggerla dalle bande e dalle bestie feroci. Non che costituisse un ostacolo per chi fosse stato addestrato dai monaci guerrieri.
Era un covo di malfattori, di fuggiaschi, sopratutto delle razze inferiori. Pe Vargat era il posto più simile ad una casa che avesse avuto dopo essere fuggito dal monastero.

Certo grazie all’addestramento non aveva problemi a sporavvivere nel selvaggio ambiente della giungla, ma preferiva pagarsi una stanza, quando poteva permettersela. E anche un po’ di compagnia. Quel giorno avrebbe pagato entrambe.

Saltando da un albero ai margini del villaggio atterrò direttamente davanti alla porta della locanda. Il sole era tramontato ed aveva iniziato a scendere una fine pioggia appiccicosa. Si avviò verso l’entrata di servizio e bussò alla porta. Ad aprire fu una delle sguattere, una vecchia orchessa panciuta dall’aspetto tutt’altro che amichevole.
-Ciao, Mugda!- la salutò Vargat sforzandosi di essere cordiale.
-Ah, sei tu!- disse l’orchessa squadrandolo da capo a piedi: il goblin era coperto di sangue. -Non vorrai scroccare da mangiare, vero?-
-Non lo faccio mai.- era vero. Non aveva bisogno di comprare il cibo se non aveva soldi, la giungla era piena di creature nutrienti, animali e vegetali.
-E allora?-
-Vanita è tornata dalla città?-
L’orchessa gli rivolse uno sgraziato sorriso malizioso. -Si, è giù nella saletta.-
-Bene. Voglio una stanza e un bagno caldo, scenderò a mangiare qualcosa più tardi, dopo…-
-Dopo che ti sarai svuotato i coglioni, certo.- tagliò corto Mugda -Immaigno tu possa permetterti tutti questi lussi.-

Per tutta risposta il goblin fece scivolare alcune monete d’oro e una pietra preziosa nella mano artigliata e rugosa della donna. -Tieniti la pietruzza, ma dai il resto ai padroni mi raccomando. Se scopro che ti sei intascata il mio oro ti taglio la gola mentre dormi.- aggiunse. Con questo avrebbe pagato anche il silenzio della sguattera sulle condizioni in cui si era presentato alla porta.

Poco dopo Vargat era immerso nella vasca da bagno della sua stanza, circondato da un gradevole odore di sandalo. Stette a mollo per una buona mezz’ora, dopodiché si alzò e si coprì con un lungo telo di semplice stoffa rosso scuro, avvolgendoselo intorno fino a formare una tunica rudimentale.

Si mise la cintura con i foderi delle due spade, afferrò la borsa con la refurtiva ed uscì dalla camera, avviandosi ai piani inferiori. Decise di farsi una bevuta e una fumata, prima di far visita alla sua puttana preferita, e si diresse alla taverna al pian terreno.
Quando aprì la porta fu investito da una folata di denso fumo di Ashi, l’erba della meditazione, che gli avventori della locanda fumavano per tutt’altri scopi; qualcuno fumava anche la Papa, la pasta nera del sonno.
Oltre al fumo, l’aria era piena delle risate sguaiate dei fumatori, seduti in terra o mezzi sdraiati sui cuscini che coprivano gli angoli della sala comune. C’erano un gruppo di orchi, che riconobbe come predoni, intenti a darci dentro con le loro rozze pipette, un paio di loschi umani incappucciati mai visti prima che bevevano vino di palma, e diversi tavoli di coboldi che infestavano l’ambiente con le loro voci stridule. Per fortuna c’erano anche alcuni goblin: la vita delle razze inferiori non era semplice, nemmeno quando erano fra loro, e in una situazione del genere poteva fare sempre comodo la presenza dei suoi simili.

Vargat si cercò un tavolino poco affollato e si sedette a gambe incrociate davanti ad un altro goblin.
Non si poteva certo dire che fossero amici, ma si salutarono ugualmente. Richiamò l’attenzione di una cameriera, alla quale ordinò un bicchiere di acquavite, un pugno di erba e una pipa. Mentre aspettava l’ordinazione attaccò bottone con il suo compagno di tavolo, un certo Dares, figlio di Faret, di professione nullafacente.

Era un vecchio goblin dall’aria flaccida e rugosa, con i capelli bianchi lasciati allungare caoticamente e perfino un pizzetto brizzolato, segno che se lo era fatto crescere per anni. Indossava un gilè di cuoio sopra il petto nudo e un paio di ampi pantaloni di tela arancioni tutti sgualciti.
Si guadagnava da vivere vendendo informazioni, una cosa che non poteva considerarsi un vero lavoro, e nemmeno una carriera criminale. Ma aveva le orecchie lunghe e le sue dritte erano sempre utili, almeno quelle pagate a caro prezzo.

-Che si dice in giro?- chiese oziosamente Vargat.
-Le solite cose. Da queste parti gli dei sono sempre crudeli.-
-Ah, non dirlo a me! Lo sai che ho perso i genitori per colpa degli dei!-
-Si, certo. Comunque ci sono delle novità a Tumsa.- stava parlando della capitale della regione.
-Ah, davvero?- rispose Vargat poco interessato. Molte delle informazioni che vendeva il malandrino spesso erano bufale, bisognava parlarci un po’ prima che tirasse fuori le merci interessanti.
-Si, c’è un nuovo governatore.-
-Capirai, sarà il solito leccapiedi dei sacerdoti.-
-Ma sai cos’è successo al governatore precedente?-
Il goblin tacque, facendo capire all’altro che non avrebbe scuito un soldo per quella informazione.

-E va bene, anche questa te la do gratis! È stato selezionato come tributo dai sacerdoti del dio del Tempo!-
-Insomma i chierici l’hanno fatto fuori.-
-In pratica.-
Resistette alla tentazione di chiedere il perché di quella condanna: avrebbe significato una prima richiesta di denaro. Ma doveva averla combinata grossa per beccarsi la pena capitale sull’altare di Melar, l’odioso dio che ruba la vita ai mortali un pezzetto alla volta.

Dares non si scompose: -E sai chi è il nuovo governatore?-
-Dimmelo se vuoi.-
-È un mezzelfo.-
-Stai scherzando!- quella non era una buona notizia. Gli elfi erano i più intolleranti di tutti, ma almeno se ne stavano nelle loro foreste e non erano un grosso problema, almeno che uno non fosse tanto pazzo da provare a ficcare il naso nei loro territori. Ma un meticcio a capo di una grande città del Carvat era un’altra storia: avrebbe potuto mettere insieme il fanatismo elfico con la brutalità degli uomini, e non era un miscuglio favorevole per i goblin.

Intanto era tornata la cameriera: Vargat caricò la pipa, tracannò in un sorso l’aquavite e si fece accendere. Aspirò un paio di intense boccate prima di tornare a rivolgersi al suo simile. -Questa non è certo una buona notizia per noi.-
-No, infatti. Per questo te la do gratis. Dobbiamo iniziare a guardarci le spalle. Potrebbero stringere la corda da un momento all’altro.-

Che palle, pensò Vargat. Come se non fosse già abbastanza una rottura vivere laggiù nel Carvat, dove gli dei erano crudeli. Se ci si mettvano anche i governatori sarebbe stata la fine.

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