Dove gli dei sono crudeli, parte 5

novembre 11, 2014 da Cronotopo

La stanza era un tripudio di cuscini dai colori vivaci, ammassati sopra i vecchi tappeti dai disegni astratti, sui quali stavano adagiate le signorine in pose provocanti. Erano in cinque in quel momento, due delle quali già occupate nelle trattative con i clienti. Laria era pregna dei loro profumi e dell’odore di corpi femminili.

Una umana sui vent’anni con i capelli di un colore indefinibile sedeva sulle gambe di un panzone della sua stessa razza, che con una mano reggeva un calice di rozza fattura e con l’altra tastava il seno abbondante che spuntava dai veli trasparenti che costituivano l’unico indumento della donna.

Una orchessa in perizoma e stivali di pelle si stava trascinando dietro un coboldo alto poco più della metà di lei. Non era niente male di fisico, i grandi seni bruniti, duri come cocomeri, andavano su e giù alla luce delle lanterne che illuminavano la saletta, ma aveva il volto brutale degli orchi che le conferiva un’aria feroce che poteva essere apprezzata solo dagli amanti dei suoi particolari servizi: era una specialista delle pratiche di sottomissione.

Poi c’erano due racchie di razza nanica, tozze e sgraziate: erano per i clienti che non volevano spendere tanto ma ottenere comunque un servizio di qualità. Con loro potevi fare di tutto. Mancavano all’appello la gnoma con la faccia da bambina, probabilmente già impegnata con qualche pedofilo, e le due umane che erano il massimo dell’offerta di quel piccolo bordello, quelle con la tariffa più alta.

E poi c’era Vanita: Vargat posò su di lei uno sguardo carico di desiderio.
La ragazza era una goblin di rara bellezza; se ne stava sdraiata su un fianco senza fare nulla, il vestito bianco scorreva sulla linea sinuosa del suo corpo, la pelle verde, perfettamente liscia, splendeva come giada. Era completamente rasata ed era truccata in modo più sobrio delle sue colleghe. Le lunghe orecchie a punta erano forate da alcuni orecchini circolari d’oro, portava diversi braccialetti e cavigliere, cerchietti di metallo che evidenziavano la grazia delle braccia e delle gambe. I piedi nudi ostentavano uno smalto viola sulle unghie.

Quando la donna vide Vargat gli sorrise maliziosamente mettendo in mostra i canini appuntiti e sbatté le lunghe ciglia.
Il goblin le si accostò: -Ciao, Vanita!-
-Vargat! Era un pezzo che non ci si vedeva!-
-Si, infatti. Sono contento che sei tornata dalla città.-
-Vieni, siediti!- un cliente affezionato come lui andava trattato con tutti gli onori, comprese un po’ di chiacchere a gratis. Lei gli versò un bicchiere di acquavite e glielo porse.
-E così sei stata a Tumsa?- interloquì lui. -È vero quello che si dice in giro? Che un mezzelfo è diventato governatore?-

Lei fece un verso di disappunto, soffiando come un gatto: -Già! Quel figlio di puttana ha ordinato perquisizioni in tutti i bordelli della città, con la scusa di nuovi controlli sanitari. Dice che le razze inferiori potrebbero infettare le libere genti. Se avessi io un figlio così lo strangolerei nel sonno.-
-Non credo che un mezzo goblin possa diventare governatore di una città come Tumsa.-
La goblin scoppiò a ridere: -Hai ragione. Comunque è per questo che sono tornata, sennò me ne restavo là, gli affari andavano bene.-
-Allora mi devo ritenere fortunato.-

Per tutta risposta lei lo baciò in bocca, iniziandolo ad accarezzare su una coscia. Aveva un tocco che te lo faceva venire duro in un istante, qualunque parte del corpo toccasse. Si diceva che fosse una strega, e che usasse le sue arti magiche per migliorare le sue prestazioni professionali, ma lui non l’aveva mai vista fare nulla di eclatante e non si preoccupava minimamente della cosa.
Vargat rticambiò il bacio e le mise una mano sul fianco, iniziando a scendere verso l’esterno della coscia.

Vanita si separò da lui e lo guardò con i suoi occhi gialli. -Sei sempre così delicato, un altro goblin mi avrebbe già messo la mano in mezzo alle gambe.-
-Per quello c’è tempo.- fu la risposta.
-Davvero?-
-Si, oggi stai tutta la sera con me.-
La donna si accostò di nuovo, baciandolo con più passione. Aveva appena svoltato la giornata.

Rimasero nella saletta ancora un po’ di tempo, scambiandosi effusioni, le mani che scorrevano in luoghi sempre più scabrosi; quando si sentì eccitato a sufficienza il goblin le disse nell’orecchio: -Andiamo nella mia stanza.-
-Ai tuoi ordini.- rispose la prostituta.

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