Dove gli dei sono crudeli: tecniche segrete, parte 2

dicembre 14, 2014 da Cronotopo

Vargat temette per la vita della sua puttana, ma questa non si scompose: sussurrò qualcosa, e il guerriero stamazzò a terra addormentato. Il goblin si avvicinò per sgozzarlo come un animale, ma i suoi riflessi lo avvertirono che alle sue spalle altra gente era sopraggiunta dalla sala comune.

Si voltò di scatto, trovandosi faccia a faccia con un coboldo dall’aria terrorizzata. In realtà gli arrivava al petto. Alle sue spalle un nutrito gruppo di soldati era al suo inseguimento. Era chiara la loro intenzione: uccidere a vista ogni membro delle razze inferiori che gli si parava davanti.

Il minuscolo essere dalla pelle blu gli rivolse uno sguardo intenso in cui si rifletteva tutta la sua volontà di sopravvivere.

-Tu sei il goblin che segue la Via, non è vero?- squittì con la sua voce stridula. Che domanda inopportuna, era quello il momento di mettersi a fare conversazione?

Vedendo che non otteneva risposta, il coboldo insistette: -Dammi la tua spada!-
-Perché dovrei? Ti devo forse qualcosa?-
-Tu combatti meglio senza armi, ti ho visto una volta. A me serve un’arma, altrimenti non posso focalizzare i miei poteri, non sono un adepto dei monaci come te!-

Quella discussione gli stava facendo perdere attimi preziosi; il coboldo aveva ragione, anche se non vedeva un buon motivo per dargli retta e salvargli la vita, se non per fermare i soldati.

Eppure rivolse l’elsa della spada verso la bassa creatura. Questa fece uno sguardo che conteneva mille emozioni insieme, stupore, sollievo e una rinnovata speraza, odio per gli assalitori ed una nuova maligna soddisfazione per quello che avrebbe potuto fare.

Il coboldo strinse l’impugnatura e si voltò fronteggiando i suoi inseguitori. Immediatamente la lama fu circondata da un alone di fiamme azzurre. Improvvisamente Vargat capì la frase che aveva detto prima: era un jakka, un mago specializzato nel combattimento. Questo si gettò contro i suoi avversari, uccidendo il primo con un fendente al petto che tagliò la corazza del soldato come se fosse stata di stoffa.

Il goblin non aveva perso tempo ed era tornato a fianco di Vanita, la quale aveva dato una lezione ad un altro paio di uomini corazzati che giacevano a terra. Per andare sul sicuro aveva piantato la spada nelle loro facce, in modo non solo da ucciderli, ma da renderli anche irriconoscibili, in modo da rendere difficile l’identificazione del cadavere e le relative onoranze funebri.

-Vedo che te la cavi.- commentò Vargat. Sfigurare i cadaveri era un tocco da maestro.
-Ti ho detto che mi so difendere.-
-Bene. Muoviamoci prima di restare in trappola.-

Entrati in cucina trovarono che i soldati avevano fatto orribile scempio dei cuochi: il corpo di Mugda, l’orchessa, giaceva a terra decapitato, la testa finita dall’altra parte della stanza. Stessa fine avevano fatto gli altri. Purtroppo sulla porta c’era una guardia che appena li vide richiamò qualcun altro da fuori.

Ormai era troppo tardi per tornare indietro: il coboldo li aveva seguiti, e dietro di lui c’era una schiera di soldati sempre più infuriati per non essere in grado di abbattere quell’essere minuscolo. Ora si, erano in trappola se non riuscivano a sfondare la linea di umani che bloccava l’uscita verso l’esterno. Erano già in quattro, ed altri stavano sopraggiungendo, Vargat lo poteva sentire distintamente.

Intanto il coboldo aveva trovato pane per i suoi denti: i soldati si erano fatti da parte ed era intervenuto uno stregone militare, un jakka come lui, ma addestrato nelle caserme della città. Si capiva subito che non era un semplice soldato: al posto della corazza a placche portava un compatto pettorale istoriato di rune di potere, e non indossava l’elmo; i capelli erano legati in una alto codino. Il suo volto umano, con la pelle rossa e gli occhi a mandorla, aveva i lineamenti tipici degli umani del Carvat.

Era armato di spada, già avvolta dal magico potere che sprigionava bagliori rossastri: i due jakka incrociarono le lame immediatamente, producendo un riverbero nell’aria che mandò in frantumi le rozze stoviglie di coccio della cucina.

Lo stregone militare era in gamba, mise subito in difficoltà il coboldo che stava sempre più sulla difensiva; Vargat seguiva lo scontro con la coda dell’occhio mentre attaccava a mani nude la schiera di soldati che gli si parava davanti coperto dai poteri magici di Vanita. Capì immediatamente la ragione della superiorità dell’umano: stava traendo potere dai suoi compagni.

Il goblin era riuscito senza difficoltà a sbarazzarsi dei suoi avversari con pochi colpi ben assestati, e l’uscita sembrava sgombra, quand’ecco pararglisi davanti un altro guerriero, coperto da una armatura dorata da capo a piedi. Sotto l’elmo ben lavorato che riproduceva le sembianze della testa di una tigre si potevano scorgere gli occhi affilati di un elfo, o forse un mezzelfo. Non portava armi, ma ciò non significava che fosse meno pericoloso dei soldati armati di spada. In realtà era ben più letale.

-Per i fottuti dei!- imprecò. Aveva davanti un Cavaliere della Luce, un maestro della Mano Vuota proveniente da una delle scuole più temute di tutto il Carvat. E per giunta con sangue elfico nelle vene.

Vanita tentò un incantesimo sul nuovo avversario sussurrando alcune parole e muovendo la mano in un gesto armonioso, ma non sembrò sortire alcun effetto. In risposta il cavaliere puntò il dito contro di lei: un raggio di luce proruppe dalla punta colpendo la prostituta ad un braccio.

Vi fu uno spostamento d’aria poderoso che sollevò una nuvola di polvere e detriti. Il colpo la trafisse come una lancia e la scaraventò a terra.

-Cos’è che abbiamo qui?- disse il guerriero dorato con voce supponente. -Feccia goblin? Come osate opporvi alle truppe della città?-

Per tutta risposta il goblin piantò su di lui uno sguardo di puro odio, il quale conteneva un attacco mentale concentrato che avrebbe potuto far esplodere la testa di un comune mortale.

L’elfo non si era aspettato una simile aggressione: spalancò gli occhi e arretrò di un passo; un rivolo di sangue colò da una narice del suo naso delicato. Ma non si era lasciato sopraffare.

-Come conosci le nobili arti della Mano Vuota, feccia?- sibilò.
-Perché non lo scopri, damerino elfico?- fu la risposta pregna di disprezzo. Il goblin cercò di dissimulare meglio che poté il terrore che lo stava ghermendo, ma sentiva che le sue possibilità di uscire vivo da quella situazione si stavano assottigliando. Non era sicuro di potersi confrontare con un maestro della scuola della Luce, la sua simile giaceva a terra incapace di reagire, e sentiva che alle sue spalle il coboldo stava soccombendo sotto i colpi dello stregone militare.

Non c’era via di scampo. Doveva combattere o morire.

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