Dove gli dei sono crudeli

ottobre 28, 2014 da Cronotopo

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Mondo del Camal di tutti gli dei, pianeta Domus, anno 1570 dopo la fondazione dell’Aquila, datazione basata sulla rivoluzione di Domus attorno alla sua stella.

War Goblin

Il Carvàt, dove gli dei sono crudeli. Specie con le cosidette razze inferiori.

-Inferiori un cazzo!- pensò il goblin mentre attendeva in agguato appollaiato su di un ramo della volta della giungla; il caldo umido e soffocante imperlava di sudore la sua pelle verde completamente liscia. Indossava giusto un perizzoma e gli schinieri, oltre alle fasciature sulle mani e sugli avambracci, per una migliore presa sull’impugnantura delle due corte lame che portava sempre con sé.

A differenza della maggior parte dei membri della sua razza, portava i capelli lunghi, che il tempo e l’incuria avevano trasformato in trecce compatte, tipiche dei guerrieri della regione; al momento li portava legati in un codino alto. In realtà i monaci combattenti che lo avevano addestrato gli avevano insegnato a radersi con cura, i capelli potevano essere un impaccio nel combattimento. Ma lui non era mai stato molto bravo a seguire le regole.

I monaci di Falagacìtta erano stati fin troppo gentili con lui. Avevano rischiato molto per addestrare uno della sua razza nella Via della Mano Vuota, alla faccia delle dure leggi dei sacerdoti che regnavano sul Carvat. Le stesse dure leggi che avevano messo a morte entrambi i suoi genitori solo perché il dio della Morte esigeva più sacrifici del solito in quel periodo.

Nel Carvat gli dei sono crudeli, e non mostrano alcuna pietà, tantomeno verso le razze come i goblin, la cui vita sacrificata sull’altare valeva quanto quella di una bestia da soma. Ed era quello il modo in cui venivano trattati dai “popoli liberi”; liberi, si, di fare agli schiavi ciò che volevano.

Ripensando al giorno in cui aveva perso i genitori, Vargat strinse ancor più forte le impugnatore delle corte spade che costituivano tutto il suo armamento.

Uno dei suoi contatti giù a Breska gli aveva dato una dritta su un convoglio di tributi diretto al vicino tempio locale di Melar, il dio del Tempo. Si era appostato a poche leghe di distanza dalla piramide a gradoni dove ogni anno migliaia di vite conoscevano la propria fine per la maggior glora del Camal di tutti gli dei.

Finalmente la sua attesa finì: le sue orecchie a punta percepirono il rumore dei carri e degli zoccoli dei cavalli ben prima che la sua vista potesse scorgere i bagliori delle armature della scorta e dei gioielli indossati dai sacerdoti.

Con un solo sguardo inquadrò le dimensioni di quella triste carovana: due chierici, sicuramente pericolosi, che procedevano a piedi, una dozzina di soldati in armatura a placche con le teste coperte dai caratteristici elmi a cono delle guardie cittadine, tutti a cavallo, e il carro trascinato da quattro asini, una gabbia semovente a quattro ruote, sbarre di metallo e tetto in legno.

Al suo interno ci saranno stati una ventina di prigionieri, fra cui distinse umani, orchi, goblin e coboldi. C’erano anche donne fra loro, e bambini, ma solo appartenenti alle ultime tre razze, ovviamente. Il sacrificio di piccoli umani era riservato per le occasioni speciali, quelli invece erano tributi per una delle tante feste mensili tenute in onore del dio del Tempo.

Vargat attese che il convoglio passasse vicino alla sua postazione concentrando la sua energia vitale: il Soffio, essenza della vita, si concenrò prima nelle sue mani per poi iniziare a scorrere sulle lame, che furono avvolte da un lieve alone azzurro.

Quando i sacerdoti furono sotto di lui si gettò giù dal ramo atterrando addosso ad uno di loro; le sue lame si conficcarono nella schiena del chierico che stramazzò al suolo. Si voltò di scatto pronto ad assalire il secondo, che era arretrato e già muoveva una mano per scagliare un incantesimo: -Fermo!- intimò con voce potente.

Era un classico sortilegio che aggrediva la mente della vittima, ma le interminabili ore di meditazione alle quali lo avevano sottoposto i monaci avevano reso il goblin assai resistente a quel genere di magia. Lo stupore si dipinse sul volto del secondo sacerdote quando il freddo metallo gli perforò il cuore uccidendolo sul colpo.

Vargat si trovò in un istante circondato dai dodici guerrieri a cavallo che puntarono su di lui le lunghe lance. -Getta le armi!- gli inrimarono. Il goblin ubbidì buttando le spade a terra e sollevando le braccia. In tre smontarono a cavallo per ammanettarlo, nel mentre lui fissava intensamente negli occhi quello che avva identificato come l’ufficiale del drappello. -Stupido goblin!- disse quest’ultimo -verrai sacrificato anche tu nel nome di Melar! Ma prima verrai torturato fino alla pazzia, per lavare l’onta del tuo crimine! Il dio del Tempo sarà soddisfatto!-

Quando gli uomini gli furono addosso si mosse rapido come un serpente, conficcò due dita negli occhi di una delle guardie, raggiungendo il cervello, ruotò e colpì con il tallone la tempia di un’altra, fracassandogli il cranio, e afferrò il collo alla terza, recidendogli la gola con il palmo della mano.

-Signore!- esclamò una delle guardie rimaste a cavallo rivolto al suo comandante -Questo goblin è addestrato nella Via della Mano Vuota!- per tutta risposta l’ufficiale lo colpì al petto con la sua lancia ponendo fine ai suoi giorni.

A quel punto fu il caos; nello scompiglio alcune delle guardie cercarono di fermare il loro capo mentre altre cercarono di catturare il goblin. Fu tutto inutile. L’ufficiale fece fuori altre due guardie prima di essere ucciso dai suoi stessi uomini, mentre Vargat saltava agilmente da un cavallo all’altro eliminando i cavalieri rimasti ad uno ad uno, spezzando loro il collo o strangolandoli con i suoi fili invisibili animati dal Soffio.

In pochi istanti vi fu silenzio, i corpi delle guardie giacevano sul soffice suolo della Giungla, il sangue tingeva di rosso il sottobosco. I tributi avevano osservato la scena senza fiatare, e continuavano a stare zitti anche adesso.

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