Figlio di un dio maggiore: all’imbrocco, parte 2

dicembre 8, 2014 da Cronotopo

Il mezzo busto della ragazza apparve in alto al centro; aveva un aspetto più casalingo, senza il trucco e la pettinatura, ma era comunque molto carina.

-Ciao!- disse lui sollevando una mano.
-Ciao a te!- disse la voce un po’ distorta dalla codifica digitale. Aveva un timbro basso e in qualche modo tendente all’insolenza.
-Allora che si dice a san Francisco?-
-Oh, ci si diverte. Invece che mi dici di Milano?-
-Non è un gran che, ma c’è sempre qualcosa da fare la sera.-
-Tu esci tutti i giorni?- chiese sospettosa. Aveva uno strano accento, ma parlava perfettamente la lingua italiana, quasi come una madrelingua.

-Certo! Sono un ragazzo indipendente, sai? Lavoro!-
-Si, lo so, hai sedici anni, sei quasi un adulto ormai…- lo disse come se sapesse che era falso, con uno strano riflesso negli occhi; quella conversazione iniziava a renderlo inquieto, un inquietudine che provava solo quando pensava a suo padre.
-Si, infatti. E allora?-
-No, niente. Anch’io ha un sacco di tempo libero, sai? Magari potrei venire a trovarti, che ne dici?-
-E come fai?-
-I miei sono ricchi. Prenderò il trasporto umano.-

Alessandro non sapeva cosa pensare. Era la prima volta che la figlia viziata di qualche miliardario dall’altra parte del mondo si invaghiva di lui e gli diceva una cosa simile. Comunque c’era qualcosa che non lo convinceva di quella tipa.

-Se proprio ci tieni, io sono qui.-
-Non sembri entusiasta. Che c’è?-
-No, no, niente. Solo non capisco perché io.-
-Beh, magari mi piaci.-
-E l’hai capito da un un paio di olo?-
-No. C’era qualcosa che mi intrigava del tuo profilo. Divo è il tuo cognome?-
-Non esattamente, è più una specie di soprannome.-
-Non è che sei il figlio di un dio?- chiese con aria sorniona guardandolo di sbieco con quegli occhi azzurri.
Alessandro ci rimase male. -Ma che dici?- rispose un po’ stridulo.
-Guarda che non vado mica a dirlo all’Autorità. Stai tranquillo.-
-Senti, mi hai rotto con queste cazzate. Ora mi dici che vuoi da me!- stava perdendo la pazienza. Non voleva farsi prendere in giro da quella ragazzina viziata. Però sembrava sveglia, oppure…

-Perché te la prendi tanto? Ho forse fatto centro?- lei sembrava si stesse divertendo una cifra alle sue spalle, e sorrideva maliziosa.
-Tu… lo sai già, vero?-
-Già!- rispose lei tutta soddisfatta.
-Hai… dei poteri?- si sentiva sempre più a disagio.
-E allora? Anche tu li hai!-
-Senti, vaffanculo! Non ci voglio avere a che fare con quelli come voi!-
-Come noi? Ci sei anche tu in quel “voi”!-
-No, invece. Voi, i sensitivi, gli spioni, quelli che devono sapere tutto di tutti e controllare la gente come burattini. Fanculo te e la tua setta! Lasciatemi in pace!-
-Guarda che non sto con nessuna setta…- ma Alessandro chiuse il collegamento e cancellò il contatto dal suo profilo: non sei più amico di Joy “Gate” Summers. Bene.

Se c’era una cosa che non aveva mai sopportato erano le sette. Tutte quante. Stavano lì a tramare nell’ombra per chissà quale scopo, a controllare e manipolare la gente, persino quelli che dicevano di essere per l’indipendenza dell’uomo.

Ad un certo punto della conversazione aveva capito che quello poteva essere un abbocco per una affiliazione mirata. Non gli era mai successo, ma sapeva che poteva accadere, visto che anche lui era un metaumano. La gente normale, come sua madre, doveva decidere di affiliarsi, oppure rischiare di subire una manipolazione un giorno o l’altro da parte di uno dei tanti gruppi che tramavano nell’ombra.

Ma quelli come lui, che avevano già dei poteri o delle particolari predisposizioni, venivano reclutati anche giovanissimi dalle sette per diventare strumenti nelle loro mille battaglie. Potevi ritrovarti a combattere in Siberia nella guerra fra i Tartari e i regimi satanici, in Iraq dove gli americani e gli inglesi combattevano il sultanato di Samarcanda nella terza guerra del Golfo, o perfino in un’altra dimensione, se eri fortunato in un altro pianeta Terra parallelo, sennò anche all’Inferno.

E lui non voleva infilarsi in casini simili, voleva fare una vita normale, o la cosa più simile ad una vita normale a cui poteva arrivare. Era sconvolto dalla paura e tremava. Si accese un mozzicone di canna dal posacenere, ma non lo aiutò affatto a farsi passare la paranoia. Cazzo, lo avevano preso di mira.

Cercò di non pensarci. Aprì un cassetto e prese una bustina di plastica tutta unta e la bilancia elettronica. Si pesò uno 0,2 di oppio sintetico e lo ingoiò, sperando che facesse effetto in fretta.
Decise di uscire. Ormai erano le undici di sera. Si ficcò l’iLink nella tasca dei jeans, infilò le scarpe da ginnastica e si chiuse la porta di casa dietro le spalle.

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