Figlio di un dio maggiore: fuga nello spazio, parte 3

gennaio 9, 2015 da Cronotopo

Anya si era fatta crescere i capelli come le terrestri e partecipò per i primi mesi ad alcune trasmissioni televisive dove la riempivano di domande stupide su come stavano a tavola sul suo pianeta o cosa usavano come dentrificio.

Aveva fatto un po’ di soldi, poi aveva cercato un paese dove stabilirsi. Qualcuno le aveva detto che l’Italia era il paese più bello del mondo, che le città erano piene di antichi monumenti e palazzi. Antico. Era un termine strano per lei, che veniva da un mondo in cui la civiltà senza astronavi e computer digitali era lontana migliaia di anni nel passato remoto di cui esistevano solo testimonianze indirette.

Così eccola lì a Milano a tentare la carriera della letterina a milioni di anni luce da casa, talmente impacciata che aveva appena raccontato senza nemmeno accorgersene la storia della sua vita ad un ragazzino sconosciuto, probabilmente minorenne, col quale aveva tutta l’intenzione di andare a letto.

Si asciugò le lacrime che le erano scese sul viso; c’era qualcosa della pigmentazione metallica del bulbo oculare in loro, che le faceva brillare alla luce dei lampioni. Alessandro aveva seguito il suo racconto senza fiatare, avvinto dalla storia di quel nobile principe e del suo tragico destino di esilio.

-Davvero, una storia fighissima!- disse ancora senza fiato.

-Ti assicuro che viverla non è stata affatto una figata.- rispose Anya.

-Si, ma tutte quelle storie, le astronavi, i nemici, l’incontro con i vertici dell’Autorità!-

-E tu invece che mi dici, figlio di Zeus?- erano ormai arrivati nei pressi del mezzo, e si erano fermati in un angolo della piazzetta. -Non dovresti essere un eroe o qualcosa del genere? Non sembri uno dei soliti semidei pieni di spocchia.-

-Te l’ho detto, mia madre non vuole che si sappia in giro, non posso dirlo a tutti, l’ho detto a te, ma spero che terrai il segreto.-

-Si, certo.- lo squadrò -E che fai, vai ancora… a scuola?-

-No, l’ho mandata in culo.- disse lui con un gesto brusco della mano -Vedi, essere così forte non ti aiuta con gli altri, i normali. Hanno tutti paura di te, o sono invidiosi, e ti rompono il cazzo perché non hanno di meglio da fare. E gli insegnanti non sono migliori dei compagni. Così me ne sono andato e mi sono trovato un lavoro.-

-E che fai?-

-Mah, nulla, faccio il muratore.-

Lei lo guardò un po’ stranita. Sembrava quasi delusa. E che si aspettava da uno come lui che non riusciva a concludere nulla, nemmeno un ragionamento? Però non voleva deluderla, sentiva che poteva anche diventare un eroe per lei, si sarebbe messo una di quelle tutine colrate del cazzo e sarebbe andato in giro a spaccare il culo agli stronzi!

Lo avrebbe fatto! Lei lo faceva sentire come non si era mai sentito. Era come essere entrato in contatto con una parte diversa di sé solo perché qualcuno, qualcun altro l’aveva scorta e te l’aveva fatta notare.

Sentiva che c’era anche un mondo dove quelli come lui erano rispettati e tenuti in grande considerazione. Cioé, l’aveva sempre saputo che c’era, ma non l’aveva mai incontrato. E non aveva mai preso in considerazione l’idea di farne parte.

Anya invece apparteneva, anche se in maniera marginale, a quel mondo lì, era stata al fianco di grandi guerrieri che avevano attraversato gli abissi dello spazio per portarla sana e salva fin là sulla Terra. Capiva, anche se in maniera puramente intuitiva, le potenzialità di uno come lui, cosa poteva fare e cosa poteva diventare, che invece proprio a lui erano sfuggite fino a quel momento.

-Potrei diventare il tuo eroe!- disse lui entusiasta.

-Cosa?- era un po’ stordita dai cortocircuiti mentali del ragazzo.

-Si, dai. Indossare una maschera, e tu mi farai da agente, tutti i supereroi ne hanno uno! Che ne dici?- era eccitato.

-Sarà meglio parlarne domattina, non credi? Un po’ più lucidi… andiamo a casa, dai.- la voce della ragazza era diventata più soffice nelle ultime parole, rispetto al timbro un po’ metallico che aveva di solito. Gli posò una mano sulla guancia e lo baciò con passione, tanto per ricordargli che non aveva cambiato idea su come concludere la serata.

Si avvicinarono all’areoscooter. Lui le disse di stare indietro, a volte i due propulsori sbarellavano un po’ prima di stabilizzarsi. Certo, pensava, chi se ne frega del lavoro, avrebbe dormito da lei e la mattina dopo avrebbero deciso cosa fare, insieme. Era eccitato più per quello che per il fatto che stava per scoparsi la ragazza.

Mentre Alessandro era concentrato sui comandi, udì il suono di qualcosa che fendeva l’aria a grande velocità, come un fendente dato con un tubo innocente da un gigante; poté avvertire lo spostamento d’aria che gli arrivò, perfettamente orizzontale, all’altezza del volto.

Qualcosa di vagamente rotondo e irregolare rotolò ai suoi piedi; guardò oltre la spalla e vide la testa di Anya, il collo reciso grondante di sangue, che lo guardava fisso col terrore della morte negli occhi.

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