Figlio di un dio maggiore: Gate

marzo 15, 2015 da Cronotopo

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Universo degli Esposti, pianeta Terra, anno 2035 d.C., datazione basata sulla rivoluzione del pianeta attorno alla sua stella e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.

Joy Gate .. bozzaGate saltò nel discreto raggiungendo una remota regione di un universo a sei dimensioni; la prima era sempre il tempo, le altre erano spaziali. All’inizio le sembrava un caos di forme che si sovrapponevano, abituata com’era dalla sua costituzione umana a vedere in 3D, poi mise a fuoco la quinta e la sesta dimensione.

Le creature lì avevano organismi più complessi, con zampe e organi sensoriali che si articolavano su cinque livelli spaziali moltiplicandosi come in un gioco di specchi. Stette un po’ li a guardarle, poi saltò di nuovo, stavolta in un mondo a dodici dimensioni, compresa quella del tempo.

Stessa cosa, prima un vortice di figure insensato che sembravano moltiplicarsi e dividersi continuamente davanti ai suoi occhi, poi riusciva a farci l’abitudine e poteva distinguere oggetti e paesaggi. Gli abitanti di quei mondi dovevano trovare strana la sua figura di essere tridimensionale, doveva essere come guardare un cerchio vivente nel suo mondo.

Non era mai stata a Flatlandia, come chiamavano sulla Terra il livello dimensionale dei mondi a tre dimensioni. E nemmeno in quello dei Temporali, gli esseri di puro spirito i cui universi di appartenenza avevano un’unica dimensione, quella del tempo, perché da quelle parti era pieno di seguaci e di emissari del Cielo.

Però nei suoi viaggi aveva visto un Lineare, abitante del secondo livello dimensionale, che le aveva regalato un vestito confezionato dal nulla grazie ai suoi poteri di “tracciamento” della materia.

Era una specie di costume da supereroina tutto aderente, dai colori blu e viola; non lo indossava mai, ma lo teneva in una minidimensione segreta, che costituiva, tra le altre cose, il suo guardaroba personale.

Si stancò presto della molteplicità delle dimensioni spaziali, così andò a trovare gli zii, come li chiamava lei. Un attimo dopo galleggiava davanti alla Corte di Azoth. Fissò senza battere ciglio le innumerevoli creature che orbitavano intorno al Sultano del Caos, le quali si contorcevano al ritmo di bassi incalzanti che ricordavano i rave più folli. Il casino era assordante, un mortale qualsiasi sarebbe morto sul colpo solo per quello.

Azoth era immenso, una sfera nera di cui non era possibile cogliere la circonferenza per intero con lo sguardo, più grande di mille galassie, più grande di qualunque cosa esistesse in tutta Satrasia. La sfera ribolliva, esseri di ogni tipo uscivano da esso, compresi interi mondi, nuove dimensioni materiali ognuna con le sue leggi fisiche, ognuna con i suoi abitanti.

Quell’attività di proliferazione dei mondi non era del sultano, ovviamente, perché egli era pura passività; si trattava dell’interazione con l’intelletto divino che riversava in esso le sue forme, producendo nuove varietà della materia ad ogni ondata. Come sapeva quelle cose, a quattordici anni, una ragazzina terrestre? A causa di suo padre.

Le creature si fecero da parte e apparvero alcuni degli alti dignitari della Corte: Il Nero Occhio dominava l’intero scenario dall’alto nella sua forma più pura, un occhio di materia scura incandescente che ribolliva, con una grande fonte di luce rossa all’interno che faceva da iride. Era grande come una petroliera.

Alla sua destra c’era il Grande Polipo, dalla massa imponente, una montagna, un asteroide, un satellite di carne verde, la testa piena di tentacoli, gli artigli alle mani e ai piedi, le ali da pipistrello ripiegate sulla schiena viscida, indossava i paramenti sacri, una collana fatta di lastroni di pietra incisi con numerose decorazioni, una tiara che sembrava ricavata dal picco di un monte, e una sacra verga, anch’essa in pietra, grossa come un grattacielo.

Alla sinistra si intrecciavano i fili luminescenti di Invid, il Grande Parassita, che cambiavano continuamente forma creando sempre nuovi schemi di dna. Poteva sembrare una specie di aurora boreale.

E poi il resto dei dignitari, con qualche assenza: c’era Dolma, il Grande Flagello, che sembrava un vulcano in eruzione dalla sagoma umanoide, il Dio Serpente, il Capro dai Mille Cuccioli e così via. Mancavano all’appello solo Vermin, il gran verme della marcescenza, Pixar, la falena che distrugge con la sua bellezza, e pochi altri.

Alle loro spalle miriadi di altre creature dagli aspetti più disparati contiunavano a danzare sfrenati o seguivano l’udienza della Corte. Ed era tutto un sussurrare: -Si, è proprio lei! É la Figlia!- e cose del genere.

-Chi si rivede!- tuonò divertito Totep, il nero occhio a capo della Corte. Aveva una voce simile ad un coro di risate malvage. Lei lo capiva come capiva qualsiasi essere dotato di linguaggio. -Gate! Cosa ti porta da queste parti?-

-Ciao, zio!- disse lei -Nulla, mi annoiavo, così ho fatto un giro per le dimensioni, e alla fine ho deciso di passare a salutarvi.-

-Hai fatto proprio bene!- tuonò l’Occhio -Ma dimmi, dai retta agli sciamani del tuo pianeta?-

-Certo che no!-

L’intera corte scoppiò a ridere.

fr dx<<Contro il cielo

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