Figlio di un dio maggiore

ottobre 28, 2014 da Cronotopo

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Universo degli Esposti, pianeta Terra, anno 2035 d.C., datazione basata sulla rivoluzione del pianeta attorno alla sua stella e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.

La televisione dava la solita merda.

Il presentatore si sfregò le mani con aria complice guardando dritto nella telecamera, gli occhi brillavano: -Facciamo entrare il primo ospite di stasera, il Poeta.-

Applausi scroscianti.

Entrò un uomo con un elegante completo bianco, con tanto di mantellina e cappello bianco, tutto immacolato. Unica nota di colore un foulard, o un cravattino, di seta viola.

Era quasi del tutto pelato, il volto affilato era coronato da un pizzetto finemente curato. Portava il monocolo. Un dettaglio che faceva balzare agli occhi dei telespettatori la sua provenienza da un’altra epoca, distante cent’anni.

Strinse la mano al presentatore e si sedette sulla poltroncina bianca.

-Per quelli che ci stanno seguendo che hanno vissuto finora su un altro pianeta o in un’altra dimensione- e, ovviamente, era serissimo mentre lo diceva -il Poeta è, come dice il nome stesso, un grande poeta del nostro paese, l’Italia. Ma, ed è questo l’aspetto avvincente della sua storia, lo è stato ormai cent’anni fa. E’ tornato a rivelarsi al mondo e alla sua patria…- a sentire quelle parole il poeta si era leggermente impettito per poi tornare alla sua posa rilassata. -…dopo la Caduta del Velo. É pacifico che egli sia un iniziato, anche se, come molti altri come lui, non intende rivelare la sua affiliazione.- fece una pausa.

-Tuttavia- continuò il viscido presentatore -A differenza di altri, ha deciso di aderire al programma di registrazione dei metaumani messo in atto dai governi della Terra. Avendo regolari documenti di nascita e di morte in questo paese non è stato per lui un problema tornare alla sua vecchia identità dopo quasi cent’anni di copertura, anche se non vuole essere chiamato col suo nome anagrafico, preferendo il suo attuale nome in codice. Infatti oggi è uno dei sette membri più importanti dell’Estrema Autorità, l’agenzia ONU che si occupa di monitorare ed evitare abusi nell’uso dei poteri che trascendono le naturali capacità umane.-

-Che poi sono tuttora da definire, mio devoto ospite.- intervenne il poeta. -Ogni giorno abbiamo casi di normali esseri umani che entrano in possesso di tecnologia non autorizzata, o riescono a svilupparla semplicemente consultando internet.-

-Cosa vorrebbe dire?-

-Lo sa benissimo, mio retorico interlocutore. Da ormai più di una decade e un lustro il mondo degli uomini ha cominciato ad essere cosciente di una realtà più vasta, vasta aldilà di ogni immaginazione. La persona comune oggi si trova davanti una nuova galassia di possibilità inconcepibili, ed ancora fatica ad adattarvisi. Se vogliamo che il mondo degli uomini si avvii verso un futuro di evoluzione e non verso l’estinzione o il disastro, e qui lascio a lei e ai telespettatori la libertà di immaginare quello che vuole, bisogna elevare la coscienza e gli animi affinché possano godere al meglio di queste nuove opportunità. Per questo mi sono unito all’Autorità. Credo che sia uno strumento essenziale, che dico, vitale, per raggiungere simili traguardi.-

-E con questo ha già risposto ad una delle solite domande di rito. Ma le sue parole, di quale setta sono espressione, mi scusi?- ora aveva un’espressione sorniona.

Il Poeta non si scompose: -Sa bene che non posso risponderle.-

-Eppure certe sette possono essere escluse: non è un cattolico, altrimenti sarebbe dichiarato, non è un cultista, i suoi discorsi non si adattano alla loro visione, per cui restano poche…-

-La prego, si contenga. Avverto in me la sensazione che lei stia cercando di farmi una conoscopia psicometrica con la lingua.-

Gelo. Imbarazzo.

-Mi…mi scusi.- fece il viscido. -E adesso un bell’applauso al secondo ospite della serata…-
Spense la televisione. Chi sarebbe stato il secondo ospite? Magari un politico del cazzo, oppure uno di quei portavoce dei Diabolici con il cappuccio nero calato sugli occhi e i gradi cuciti in oro sul mantello, oppure il babbo.

-Fanculo.- Armeggiò sul portatile e fece partire il download di un panino su www.macdonald.com, un bel big mac. Accese il modulo di teletrasporto usb, una scatola di metallo con lo sportello trasparente e gli interni specchiati, che stava in equilibrio precario in cima ad una massa di ciarpame vario accumulato sulla scrivania ikea. Lo regolò per accogliere i cibi. Tempo trenta secondi e avrebbe avuto il suo panino.

Con quella invenzione certi nerd non uscivano di casa per mesi. Non era il suo caso. Impiegò il tempo prima che il teletrasporto gli spedisse il pasto per riaccendere il mozzicone di una canna presa dal posacenere stracolmo.

Aveva tredici anni ma fumava già come un turco. Beh, tanto un’auto in corsa a cento all’ora non lo avrebbe scalfito nemmeno, cosa gli poteva fare un po’ di fumo?

-Magari ti blocca la crescita.- diceva sempre sua madre. Sapeva una sega lei. Eppoi, anche se era magrolino, era già alto quasi uno e settanta, ed aveva un uccello che soddisfaceva anche le tardone assatanate di trantacinque anni che giravano per i bar all’ora dell’aperitivo.

Merito del babbo, sicuro.

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Quello andava avanti così da migliaia di anni, fottendo a destra e a manca. Chissà quanti fratellastri aveva. Se lo chiedeva spesso. Si chiedeva se ne avrebbe mai incontrato qualcuno, prima o poi. Magari qualcuno di leggendario, come Ercole, o Perseo. Chissà che fine avevano fatto.

Lo aveva chiesto alla mamma: -Perché non ti guardi qualche sua intervista? Sono le domande che gli fanno più spesso, per la gioia di quella frigida di sua moglie. Quella donna non ha un minimo di gusto nel vestire, è così sciatta…- e giù a infamare Era.

Niente, fare domande sul babbo a lei era inutile. Avrebbe potuto documentarsi, ma in fondo odiava troppo suo padre, perché lo aveva completamente abbandonato; non lo aveva mai incontrato di persona, eppure lo vedeva continuamente, nei talk show, nelle pubblicità, e soprattutto sulle riviste scandalistiche.

In una settimana poteva averne infilzate più di cento. C’erano interi giornali dedicati a lui. Che stronzo. Chissà come faceva ad aiutare anche i suoi fedeli, che lo invocavano per tutte quelle richieste assurde.

-Coglione, ha il potere dell’ubliquità!- gli aveva detto una volta sbiascicando un suo compagno di classe delle elementari, un tipo odioso pieno di lentiggini. Lui per tutta risposta lo aveva picchiato. Ovviamente era finito all’ospedale. Ben gli stava, pulcioso di merda, così impari a metterti contro il figlio di un dio.

Certo era figo, pensava mentre masticava il panino arrivato bello caldo, essere un semidio. Poteva scalare montagne senza sforzo, buttare giù un muro con una testata, sollevare un fuoristrada e così via. Non aveva praticamente paura di nulla.

Però a scuola gli altri stronzi invidiosi lo isolavano. E lui li menava, anche se doveva stare molto attento, accarezzarli appena, giusto per dargli una lezione. Sennò finiva come quella volta dell’ubliquità.

Per quello alla fine aveva mollato la scuola, senza neanche conseguire la licenza media; troppi stronzi invidiosi di merda che non sapevano tenere il becco chiuso, e così passava sempre casini.

Ora faceva il muratore in un cantiere. Si era procurato un documento falso da un amico e si era fatto assumere. Non aveva nascosto al capo le sue doti particolari, che era speciale, come gli ripeteva sempre la mamma.

All’inizio era stato sospettoso, avere un meta nella squadra, minorenne e non registrato poi… a quel punto gli aveva detto l’origine dei suoi poteri, senza accennare all’identità specifica del dio, e spiegato come sua madre, per evitare di essere assillata dai paparazzi anche solo per una settimana nella vita, aveva deciso di tenere segreta la vera natura di suo figlio.

Sua madre era una persona semplice che lavorava sodo. Era un po’ cretina, ma non era del tutto stupida. Anche se forse da quella storia della scappatella col dio avrebbe potuto ricavare un bel po’ di soldi.

Comunque la storia lo aveva impressionato: -Per Giove!- aveva esclamato il capo. Si chiamava Maso, ma lo aveva sempre chiamato capo anche prima che lo assumesse.

-Potevi dirlo subito! Io sono un devoto del panteon olimpico! E da quel che mi dici potresti essere figlio di Ares, o persino di Zeus in persona!- era trasalito leggermente a quell’ultima ipotesi del capo, che però non sembrava se ne fosse accorto.

Insomma tutto a posto!

Altra cosa era superare la diffidenza dei colleghi muratori. Per diverso tempo lo avevano guardato storto mentre sollevava carichi incredibili e cose del genere, poi un paio di volte le sue abilità erano tornate utili, nel senso che aveva letteralmente salvato la vita a diversi dei ragazzi, evitando i soliti incidenti sul lavoro.

E poi, visto che era praticamente indistruttibile, almeno da quello che poteva accadere in un cantiere, si accollava sempre le mansioni più rischiose. Ad esempio maneggiare impianti elettrici difettosi; essere figlio del re dell’Olimpo ti rendeva immune all’elettricità. Il che faceva dormire sogni più tranquilli a tutti, capo compreso. Era una brava persona, si preoccupava per i suoi dipendenti, anche se in modo interessato.

Alla fine tutti i muratori erano contenti che lui fosse lì, il figlio di un dio ad aiutare dei poveri mortali che sgobbano tutto il giorno. Giustizia divina, scherzava qualcuno.

Sua madre si preoccupava per lui: -Alessandro, ma perché non ritorni a studiare? Non pensi al tuo futuro?-

-La scuola era una merda, ma’. A lavoro tutti mi rispettano, perché sono utile. E poi porto soldi a casa e tu non devi più fare gli straordinari.- Lei faceva la cassiera in un supermercato. Era già tanto se aveva ancora il lavoro, dopo la diffusione commerciale del teletrasporto. Quella era sempre la fine della discussione, solo che ogni volta sua madre sembrava scordarsene, proprio come quella storia dell’ubliquità.

E comunque era vero, a tredici anni aveva tutto quello che si potesse desiderare, una postazione multimedia decente, un motorino volante di seconda mano da truccare nel tempo libero, i soldi per uscire a imbroccare o per andare a puttane, e per la droga ovviamente.

Aveva finito il panino. Un po’ di cola, un rutto e una bella sigaretta. Ricominciò a cazzeggiare sulla rete. Era ancora troppo presto per uscire.

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