Giù nella miniera, parte 2

ottobre 27, 2014 da Cronotopo

In tv davano un servizio in preparazione del prossimo Clash of Titans, il torneo mondiale di lotta fra metaumani. In quel momento stavano mostrando gli allenamenti di Ares, dio della guerra, che spaccava rocce grandi come case a mani nude. -Ci vorrebbe qui in miniera uno con una forza del genere!- commentò lo zio.

Satrasia- character Ares low

Simon non disse nulla; prese una forchetta e un bicchiere un po’ meno opaco degli altri, lo riempì di cola sgasata ma freddissima, aspettò che il primo piatto apparisse nella scatola metallica dagli interni specchiati che racchiudeva il teletrasporto, aprì lo sportello, infilò la forchetta nel piatto fumante, lo prese e si fiondò in camera.

Appoggiò piatto e bicchiere sulla scrivania ingombra di scarti meccanici ed elettronici cercando un posto sgombro dai pezzi più grossi, chiuse la porta, si tolse gli stivali, tornò a prendere la sua cena e si stravaccò sul divanetto sgualcito in un angolo della stanza, nel punto con più spazio intorno.
-Ah!- sospirò soddisfatto mentre ci dava dentro con gli spaghetti. Trangugiò tutto in pochi minuti, bevve la bevanda non più gassata con gusto e ruttò felice. Uno dei momenti più belli della giornata.
Mentre aspettava l’ora dell’inizio turno si sedette alla scrivania di plastica. Ogni tanto sgraffignava qualcosa dalla miniera, qualche congegno, o magari andava alla discarica a vedere se rimediava qualche pezzo interessante. Quando qualcuno stava per buttare via qualche elettrodomestico, lui si presentava sempre alla sua porta.

Si divertiva un sacco ad armeggiare con ingranaggi, circuiti e meccanismi; ci sapeva fare con qualsiasi macchina, meccanica, elettronica o quantistica che fosse, se ci metteva le mani sapeva sempre smontarle e rimontarle, spesso migliorandole anche senza volerlo. Amava creare oggetti multi-funzione, con mille sottocongegni diversi.
D’altra parte la discarica non mancava certo di materie prime, la politica della compagnia che aveva in appalto la miniera era: se qualcosa si rompe, buttarlo e comprarlo nuovo.
Che modo idiota di far girare l’economia.

Indossò gli occhiali elettronici da lavoro che usava anche in miniera: proiettavano luce e altre onde con cui era sempre possibile orientarsi nei cunicoli del sottosuolo, inoltre possedeva la modalità zoom, fino al livello microscopico. Ovviamente li aveva costruiti lui, erano uno dei suoi gioielli.
Avvicinò al centro del piano di lavoro uno dei pezzi più grossi. Era un guanto enorme, che sembrava fatto per un gigante, invece era il guanto da lavoro di diversi tipi di manovali, fra cui i minatori. Il Kinetic Power Glove, o più brevemente il Guanto cinetico, era un guanto cibernetico con un sistema di attrazione/repulsione gravitazionale con tre cavalli di potenza. Aumentava la forza nella mano di chi lo indossava e poteva sollevare e muovere gli oggetti a distanza attraverso un raggio verde che “afferrava” gli oggetti per poi avvicinarli o respingerli.
Non male come utensile. Voleva migliorarlo sotto alcuni aspetti, aumentare la potenza dei micropistoni, corazzarlo con una lega che aveva inventato fondendo la carena di un velivolo distrutto e le teste di un tipo particolare di martello. Magari arricchire la varietà degli utensili secondari infilati nelle pieghe e nelle tasche del guanto.

Ma soprattutto voleva carpire i segreti della tecnologia di controllo gravitazionale. Il suo scopo era di costruire un sistema di volo da innestare nei suoi stivali da lavoro. Se avessero avuto sufficiente autonomia avrebbe spiccato il volo da lì e non lo avrebbero rivisto mai più. Prima di crescere sarebbe passata un’eternità, gli ultimi due anni erano sembrati secoli, figuriamoci aspettarne altri sei!

Mentre impazziva sulla sfera gravica che doveva essere il fulcro di tutta la faccenda, ogni tanto sbirciava il calendario di Galaxia appeso al muro. Quella si che era una donna. Un giorno sarebbe diventato un supereroe e l’avrebbe conquistata, anche se aveva diversi anni più di lui.
Ma che genere di supereroe sarebbe diventato? Simon lo scava-buchi? No, voleva essere come Edelstahl, il supereroe tedesco che indossava un esoscheletro potenziato come nei fumetti di Ironman. Ancora non aveva mai provato a costruire un’arma vera e propria, ma prima o poi l’avrebbe fatto.

Il tempo passava, e dopo aver rinunciato per l’ennesima volta a capire come manipolare e riprodurre la sfera di controllo rimontò tutto e passò a cose meno impegnative, antenne, schermi 2D, sensori 3D, un modellino di tirannosauro completamente meccanico da caricare a molla (con la carica del gas piena sputava fuoco come Godzilla).
Infine, come consuetudine, si dedicò alla riparazione e al rafforzamento della corazzatura dei suoi stivali da lavoro. Lo faceva sempre prima di montare il turno in miniera, lo rilassava.
Uscì di casa a testa bassa accennando un saluto allo zio, il quale accennò a sua volta una risposta. Si infilò le mani nelle tasche della giacca, a quell’ora soffiava sempre un vento dannato.
Le strade erano illuminate fino ai limiti del villaggio da moderni riflettori che impedivano di vedere le stelle. Andava sempre alla stazione dell’areobus un po’ prima dell’orario di partenza per guardare il cielo stellato oltre il bordo di luce.

Le stelle gli promettevano il mondo, il mondo vero, Satrasia! Il cielo materiale era anche una promessa dei cieli oltremondani in cui proliferava ogni meraviglia. I documentari che davano in tv ti facevano rimanere con la bocca aperta. Ed erano gli scenari più tranquilli, quelli per le famiglie.
Ma su internet girava di meglio. Se volevi fare lo stronzo potevi anche trovare qualche ripresa della Corte di Azoth, tutti sapevano che se li guardavi troppo diventavi scemo. E ovviamente tutti prima o dopo ci cascavano.

Simòn rabbrividì. Le stelle con la loro luce nascondevano anche gli orrori che cercavano di invaderle. Aveva sempre vissuto lì in quel villaggio sperduto in Argentina, ma i media lo tenevano in contatto con quello che succedeva nel mondo e oltre di esso.
Oltre.
Ignoto.
Erano i nomi del terrore, del terrorismo vero, di chi voleva distruggere la civiltà umana e sottomettere i popoli ai mostri che venivano dal cuore di terrore della realtà. Una volta aveva visionato per pochi secondi uno scorcio del centro di quei reami.

Gli esseri che vorticavano al centro della realtà, intorno ad Azoth, sultano del caos, erano mostruosi giganti che si contorcevano al ritmo di una musica simile alla techno del nord Europa.
Simon ricordava di aver visto tentacoli e altre protuberanze agitarsi al ritmo di almeno duecento bpm, mentre occhi dai colori luminescenti e bocche fameliche coronate da denti aguzzi si aprivano ovunque.
Ed essi danzavano orbitando attorno a qualcosa di ancora più enorme, sullo sfondo si delineava come la curvatura di un pianeta immenso, o forse meglio dire un sole, la cui superficie ribolliva come lava, pur essendo opaca e scura, come impermeabile alla luce. Quello era Azoth, detto anche l’Iloarca, cioè, come si poteva leggere su Wikipedia, “il fondamento insensato e primordiale della materia”.

La visione durò pochissimo, perché appena mise a fuoco la scena svenne per la paura. Ogni volta che ci ripensava la paura per un attimo tornava. Era come se tutto il mondo intorno si facesse di colpo minaccioso, come se all’improvviso la terra potesse spaccarsi e vomitare fuori creature orribili dai corpi deformi emerse per farti a pezzi.
Cercò di scuotersi. Tutte le volte succedeva la stessa cosa: oltre alla paura, provava anche un insano desiderio di rivedere quel video, o di cercare altre informazioni in merito all’Ignoto. Era come l’astinenza da una droga, o almeno così pensava. Sui siti e in tv era un continuo raccomandarsi di non esporsi a simili visioni, perché si restava ossessionati e si finiva per diventare completamente pazzi, o peggio ancora, cultisti.

Cominciò a razionalizzare, mentre tornava sotto la luce del riflettore. Suo padre prima di morire aveva iniziato a fargli un quadro, con calma, di quello che era successo sulla Terra negli ultimi anni. Ripensando a quelle spiegazioni riprese il controllo di sé.

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Indice:
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