Giù nella miniera, parte 4

ottobre 27, 2014 da Cronotopo

Quando arrivò la corriera volante, con il suo caratteristico rombo, i tre si avviarono assieme a tutti gli altri verso i portelloni dell’areobus; era un enorme flyer a eliche coperte, grande come un traghetto; sarebbe stato in grado, in casi di emergenza, di caricare l’intera popolazione del villaggio. I suoi riflettori spazzavano l’oscurità circostante.
Si sollevarono in aria diretti verso la miniera. Simon, come la maggior parte dei giovani, passava il tragitto appiccicato ai finestrini per guardare il paesaggio allungarsi su tutta la Patagonia, dalle Ande fino all’oceano.

Atterrarono sulla piattaforma all’ingresso della miniera, un grande complesso industriale nuovo di zecca che sorgeva sul fianco del monte, illuminato a giorno dai riflettori. Un insieme di edifici, uffici, magazzini, officine di riparazione. Su tutto dominava la cupola del trasporto materiali, dove c’era il portale magico che connetteva l’impianto alla successiva tappa del processo di produzione.
Tutto intorno era un viavai di mezzi aerei e terrestri, gli uni che prevalentemente si avvicinavano o si allontanavano dal complesso, gli altri che compivano viaggi interni o facevano su e giù dalla cupola agli accessi degli scavi, ampie grotte che si aprivano lungo il versante in più punti.
Simon seguì gli altri al deposito degli attrezzi, raccolse un guanto cinetico, un elmetto da cantiere, e si avviò verso il suo caposquadra. Questo, un buzzone gigantesco con i capelli grigi e unti, sbraitò il piano di lavoro per quel giorno, o meglio per la notte.

Mentre ascoltava con un orecchio solo intravide dall’altra parte del piazzale alcune figure che uscivano dal padiglione degli uffici, scortate da una decina di guardie armate in tenuta da guerra.
Erano il direttore della miniera, nel suo completo scuro sul quale indossava il rosso camice da cantiere dei tecnici, e il mago industriale che si occupava dei vari incantesimi che facevano parte dell’impianto di estrazione, vestito con una tunica violacea col cappuccio tirato su.

Con loro c’erano altre persone dall’aspetto importante, vestiti di abiti eleganti: dovevano essere pezzi grossi, visto il numero di guardie armate che si portavano dietro, politici, imprenditori, o forse iniziati. Uno di loro per un attimo sembrò fissarlo, ma erano troppo distanti per dirlo.
Strinse le spalle e si avviò sul camion che avrebbe portato la sua squadra al livello giusto del sottosuolo. Il mezzo avanzò fino all’entrata di uno dei pozzi e si sistemò sul gigantesco ascensore, una piattaforma di metallo che copriva l’intero diametro del pozzo minerario. L’operatore armeggò con il quadro virtuale 3D, le sicure ai lati scattarono e cominciò la lunga discesa verso le profondità del monte.

I riflettori sulle pareti scandivano il tragitto proiettando ombre che scorrevano regolari tutto introno mentre passavano i vari livelli. L’aria era pervasa dai rumori dei macchinari in funzione e degli uomini a lavoro. Scesero fino in fondo al pozzo, nel punto più basso della miniera.
Laggiù il buio aldilà dei riflettori era totale. Il calore era mitigato da un sistema tecnomagico che garantiva una areazione e un ricambio d’aria continui. Non aveva idea di come funzionassero esattamente quelle macchine cilindriche sparse un po’ ovunque nei tunnel, ma producevano una leggera brezza, una corrente d’aria che mitigava la sensazione di essere sepolti vivi.
Simon aveva sentito che laggiù era stata aperta una nuova area di scavo, ma non ci era ancora stato. Mentre il camion si avviava lentamente nella galleria, si rese conto che stavano andando proprio in quella direzione. Intorno la roccia incombeva minacciosa su di loro; quanti sforzi doveva fare per non essere preso dal panico.

In fondo al passaggio c’era un allargamento, come una piazza; nella parete in fondo la trivella aveva creato una grande apertura, che dava su un altro ambiente, completamente differente da quello in cui si trovavano: c’era una luminescenza diffusa, che illuminava aldilà dei fari sparsi negli angoli.
Mentre il camion proseguiva la lenta corsa, si ritrovarono in una caverna naturale gigantesca, piena di stalattiti e stalagmiti. Il pavimento era in parte coperto da un lago sotterraneo fatto di diverse pozze d’acqua: ecco cosa creava la luminescenza, il liquido emanava una leggera fosforescenza verde.
Grandi autocisterne erano sistemate ai bordi dello specchio d’acqua, operatori in tuta e maschera antigas, senza neanche un angolo di pelle scoperta, stavano risucchiando il liquido con le idrovore.

C’erano anche guardie armate, anche quelle in completo corazzato e sigillato, i volti coperti da caschi areodinamici.
I minatori si agitarono: -Ehi, ma quella roba è radioattiva?- chiese qualcuno, seguito da diversi mormorii preoccupati.
-Tranquilli.- disse il caposquadra, il quale era scoperto come gli altri. -Si tratta solo di un particolare combustibile di qualche interesse per gli scienziati…-
-Si, vorrai dire per gli iniziati!- vociò un altro dal fondo del camion. Tutti risero. Era chiaro: qualunque cosa fosse, era di proprietà di chi gestiva la miniera, e gira che ti rigira nei grossi affari c’erano sempre dietro le sette.
-Comunque mi hanno detto che non c’è nulla da temere, basta che non entriate direttamente in contatto con il liquido…- continuò il capo fra lo scetticismo generale. -Il nostro compito è sempre il solito, scavare la roccia e caricarla sui carrelli.-

Ore dopo Simon stava rovistando fra alcune rocce striate di metalli preziosi, quando la sua attenzione fu attratta da uno scintillio verde che faceva capolino fra i sassi. Li spostò e trovò uno strana pietra affusolata. Aveva la forma di una conchiglia, no anzi, di una trivella: era un perfetto cono con una scanalatura a spirale che dalla cima arrivava fino alla base.
Emetteva questo intenso bagliore intermittente verde, come una spia lampeggiante; Simon ne fu immediatamente ipnotizzato. Allungò la mano e strinse l’oggetto fra le dita. Immediatamente smise di luccicare. Senza pensare il ragazzo se lo infilò in tasca. Che diavolo stava facendo? I minatori venivano sempre perquisiti con lo scanner all’uscita, per impedire che qualcuno arrotondasse portandosi in tasca le pietre preziose.

barrena

Non gli importava. Voleva tenersi quella cosa per sé. Per una volta voleva qualcosa di suo, qualcosa di importante. Dal momento in cui aveva stretto quella specie di piccola trivella aveva avvertito una sensazione eccitante, come essere attraversato da una scossa elettrica, ma più… viva. Come se il corpo fosse attraversato da onde di energia vitale che dal suolo gli scorrevano fino alla sommità della testa.

Qualunque cosa fosse, non voleva smettere di provarla. Passò il resto del tempo prima della pausa a pensare ad un sistema per farla franca. Le guardie erano autorizzate a perquisire solo gli indumenti, senza poter spogliare o toccare nelle parti basse i minatori. Tuttavia erano dotati di scanner che erano tarati per trovare rocce contenenti metalli preziosi, come sicuramente era la Barrena Ladena. Le aveva pure trovato un nome proprio.
Bene, poteva mettersela nelle mutande, ma come faceva con gli scanner? Doveva inventare qualcosa lì per lì. Ma cosa? Un jammer che crea interferenze era troppo losco, avrebbero capito subito che c’era qualcosa che non andava. No, doveva rendere quella pietra invisibile. Stava armeggiando con il guanto cinetico, quando lo colse una improvvisa illuminazione.
Poteva camuffare la Barrena come pezzo del guanto o, meglio ancora, degli stivali da lavoro. Perfetto! Quegli oggetti già contenevano metallo, e venivano ignorati dagli scanners. Se conficcava la trivella tra le piastre di uno stivale nessuno se ne sarebbe accorto. Dedicò l’ora di pausa a quel compito. Creò uno scomparto fra le corazzature all’altezza degli stinchi, già ingombranti. Quando finì non si notava nulla di strano, erano un paio di comuni stivali rinforzati da laminature metalliche in maniera artigianale.

fr sxfr dx

divisore

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Indice:
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