Giù nella miniera, parte 5

ottobre 27, 2014 da Cronotopo

k-glove

La seconda parte del turno in miniera passò senza eventi degni di nota. Quando erano laggiù i minatori parlavano poco e si dedicavano al lavoro. La luminescenza del lago non sembrava maligna, anzi, sembrava desse sollievo; tutta quella luce in qualche modo naturale faceva scordare di trovarsi a centinaia di metri sotto terra.
Arrivò il camion che li avrebbe riportati in superficie. Simon iniziò ad essere a disagio. Non sapeva se il suo trucco avrebbe funzionato. Se lo beccavano avrebbe subito sanzioni, e lo zio non ne sarebbe stato entusiasta.
L’ascensore emerse nella zona di scarico e li lasciò a terra dove c’era il posto di blocco, una specie di dogana aereoportuale con tanto di metal detector e guardie armate ad ogni angolo. Sembrava che fossero addirittura aumentate quel giorno. Simon avvertì la sgradevole sensazione che stessero cercando proprio la Barrena.

Ma chi la stava cercando, e perché?

La prima domanda aveva una risposta fin troppo semplice: erano loro che la stavano cercando, loro, gli iniziati. La seconda poteva dare adito alle più svariate ipotesi. Non riusciva a togliersi di dosso quella sensazione, come se tutti lo stessero osservando. Stava cominciando a tremare dalla paura.
Scosso e terrorizzato si avviò al metal detector. E se lo scoprivano? Se loro lo scoprivano? Cosa ne sarebbe stato di lui? Affiliazione coatta, cancellazione della memoria, rapimento e omicidio? Quelli là erano pronti a tutto, si sapeva, anche in un buco sperduto nel mondo come quello.
Tremante appoggiò gli stivali e il guanto sul rullo, insieme ad alcuni attrezzi che si portava sempre dietro, un piccolo martello, un paio di cacciaviti regolabili, un paio di pinze, una plasmatorcia delle dimensioni di un accendino.
Attraversò il detector senza che questo desse alcun segnale. Aspettò ansioso che il rullo passasse attraverso lo scanner mentre le guardie lo perquisivano. Fissò il volto illuminato dal computer dell’operatore seduto alla postazione informatica a fianco del passaggio. Sembrò per un attimo aguzzare la vista sullo schermo, poi strinse le spalle e fece un cenno alle guardie.
Queste lasciarono che il ragazzo si riprendesse la sua roba, stivali compresi. Un brivido di gioia salì lungo la sua schiena mentre si infilava gli stivali, poi si sistemò il guanto e gli attrezzi alla cintura e si avviò insieme ai suoi compagni verso l’uscita.
Era fatta. Esultò di gioia quando vide l’alba stendersi sulla pianura erbosa.

-Ah!- sospirò stiracchiandosi alla luce e all’aria fresca. Non aveva nulla da fare fino al giorno dopo, che bellezza! Per prima cosa una bella dormita poi… aveva un sacco di idee su cosa fare dopo.
Una volta tornato a casa si fiondò in camera senza quasi salutare lo zio, che stava facendo colazione nella cucina. Si chiuse alle spalle la porta e si affrettò a levarsi gli stivali per estrarne il contenuto di contrabbando. Si sentiva eccitato, aveva appena fregato i sistemi di sicurezza della compagnia.
Estrasse la Barrena dal suo nascondiglio, poi si sdraiò sul letto e si mise ad osservare la piccola trivella stringendola in una mano e tenendola alta sopra il viso. Era ancora opaca, non emetteva più quel bagliore verde, ma qualche riflesso strano lo aveva ancora.
Difficile dire, ad esempio, di che colore fosse; sembrava che in parte ci fossero tutti, compresi quelli metallici, ciascuno di essi rappresentato da nient’altro che una lieve punteggiatura, tutti insieme invece coprivano l’oggetto intero.
Per un attimo ebbe l’impressione di stare osservando un intero universo a forma di cono, con le parti chiare come galassie e le parti scure come vuoti siderali. E poi un’altra impressione, ancora più bizzarra: non sapeva dire perché, ma quella cosa gli sembrava viva.

Impossibile, persino in questo mondo assurdo, pensò. Era solo un sasso. Si addormentò con questi pensieri senza accorgersene. Dormì profondamente tutta la giornata mezzo vestito e con in mano la Barrena.

Nel sogno si librò in volo sulla Terra; mentre orbitava intorno al pianeta ebbe alcuni flash di cose che succedevano sulla superficie terrestre, una bellissima ragazza con i capelli color del rame si preparava ad uscire vestita da sera: indossava un succinto abito argentato e i tacchi alti.
La ragazza si stava guardando allo specchio controllando il trucco. Simon notò che aveva i bulbi oculari dello stesso colore del vestito. Non era una terrestre, aveva sentito parlare della sua gente in qualche trasmissione o in qualche sito.

La scena presto scomparve lasciando il posto ad un’altra: ancora una ragazza, più giovane della prima, lo guardava dritto in faccia con i suoi occhi azzurri tenendo le braccia incrociate. -Come va?- aveva la voce di un timbro stranamente basso per una che non poteva avere più di quindici anni.
-Bene.- disse lui -Credo di stare sognando.-
-Si, tu stai sognando. Io invece sono sveglia.-
-Com’è possibile?-
-Io posso…- ma scomparve prima di finire la frase.
Adesso si trovava nelle strade di una grande città, forse europea. C’erano scritte in una lingua che non capiva, una proveniente dal nord del vecchio continente. Un giovane uomo passeggiava avvolto nella sua giacca, quando improvvisamente sembrò minacciato da qualcosa.
Immediata fu la reazione, l’individuo scattò, i suoi vestiti si fusero e lo avvolsero come un liquido animato ricoprendolo di una armatura metallica aderente, fino a coprire il viso. Mentre quella sostanza granulosa copriva gli occhi, Simon si rese conto che erano come quelli della prima ragazza.
L’ultima immagine prima che anche quella scena svanisse fu il tipo che protendeva le braccia: sugli avambracci erano sistemati due congegni, come due specchi piatti. Sopra di essi si materializzarono due fucili dall’aspetto imponente ma dalla linea affusolata, pronti a fare fuoco.

Le visioni lo portarono lontano dal suo pianeta, lontano dal sistema solare; mentre i soli della via lattea gli scorrevano ai lati intravide Galaxia alle prese con qualcosa di orribile e di gigantesco. Fu solo un attimo, ormai era già nei vuoti siderali che separavano le galassie. Sembrava che continuasse ad accelerare.

Vide allontanarsi rapidamente la Via Lattea, che in breve divenne un puntino luminoso, poi più nulla.

Per un tempo che sembrò infinito sfrecciò nel vuoto intergalattico; finalmente vide che si stava avvicinando ad un’altra galassia dalla forma sferica. Ci precipitò nel mezzo come una cometa, avvicinandosi ad un sistema solare dove vide un pianeta che gli ricordava la Terra.
Da lì provenivano orribili visioni: una immensa prigione d’acciaio conteneva celle dove donne incinte erano tenute legate e nutrite a forza con un tubo, in altre uomini nelle stesse condizioni
venivano prosciugati del loro liquido seminale da apposite macchine, finché i più vecchi, ridotti a rachitiche mummie, venivano gettati in una specie di gigantesco tritacarne. Avevano tutti gli occhi argentati.

In celle ancora più oscure si compivano orribili delitti: addetti ai lavori in divisa sgozzavano neonati dopo avergli impartito una sorta di benedizione. A Simon vennero in mente i gesuiti che, al seguito dei conquistadores spagnoli, battezzavano i bambini degli indios prima di trucidarli. I carnefici, benché apparentemente umani, sembravano appartenere ad una razza differente rispetto ai carcerati. I loro occhi avevano i bulbi di colori fluorescenti, blu, verdi o rossi.

Tali terribili visioni si interruppero nuovamente, perché era ricominciato il viaggio nello spazio. Al limite di quella galassia trovò grandi flotte di astronavi in lotta fra loro, alcune erano metalliche e ultratecnologiche, si trasformavano, in nave, in robot, e in strani ibridi dei due.
Altre sembravano come fatte di pietra, come giganteschi obelischi in movimento, da cui sciamavano creature sferiche o vermiformi in nugoli innumerevoli che si scontravano con i caccia stellari dell’altra fazione. Lo spettacolo di esplosioni silenziose era impressionante.
Uscì anche da quella galassia sfrecciando di nuovo verso il vuoto. Ben presto si rese conto della presenza di qualcosa di enorme, una sagoma scura intorno al quale si raggruppavano grappoli di galassie sull’orlo del collasso. Era qualcosa le cui dimensioni erano incalcolabili, aveva la circonferenza di un intero ammasso di galassie, ma era un unico blocco di materia.

Gli ricordava qualcosa, ricordava Azoth.

L’attività intorno alla gigantesca massa era frenetica, sembrava che fosse in corso una battaglia di proporzioni cosmiche tutto intorno alla cosa, e si aveva l’impressione, guardandola, che andava avanti da un infinità di tempo e che forse mai sarebbe finita.
Ma non si avvicinò ulteriormente a quello spettacolo vertiginoso. Si spostò di lato ed entrò in un’altra galassia. Si trovò improvvisamente a fronteggiare una scalinata di marmo bianco, in cima alla quale c’era una specie di altare di metallo e pietra, che sembrava contenere svariati congegni e meccanismi al suo interno.

In cima alla scalinata c’erano tre individui: erano dei robot umanoidi, i loro corpi erano formati da ingranaggi scoperti piazzati direttamente sugli scheletri senza collegamenti o fili elettrici, dando l’impressione di essere puramente meccanici. Eppure ciò non li faceva sembrare in qualche modo retrò, al contrario sembravano il frutto di una tecnologia infinitamente avanzata.
Indossavano lucenti armature, bracciali, schinieri e corazze in bronzo, ed erano in parte coperti da tuniche e mantelli di vari colori. In uno prevalevano le sfumature di blu, in un altro era il rosso, nel il terzo era il giallo a predominare. Non dissero nulla. Quello in rosso si mosse e scese le scale nella sua direzione. Le parti meccaniche si muovevano armoniosamente come sospinte da una invisibile forza interna.

Quando arrivò a due metri di distanza si fermò. Allungò la mano e rivolse il palmo verso l’alto; Simon vide che sul palmo c’era un piccolo specchio. Nella mano apparve un bastone finemente lavorato con parti in legno e parti in metallo.
Allungò a sua volta la mano, e in quel momento si svegliò.

Senza neanche rendersi conto di quello che stava facendo piombò sul tavolo da lavoro e afferrò il guanto cinetico; lo smontò, ne osservò le parti e poi lo rimontò. Prese alcuni pezzi dal banco e iniziò ad armeggiare con la torcia laser. In breve riuscì a costruire una sfera di controllo gravico, il cuore dei guanti cinetici.

Si ritrasse sulla sedia osservando il suo lavoro. Nel sonno aveva avuto un’illuminazione che non riusciva a spiegare a parole, aveva capito dove guardare e cosa cercare nel meccanismo del guanto, e l’aveva fatto suo. Ora poteva costruirne quanti ne voleva.
-Bene.- pensò fra sé -Si avvicina il momento di salutare questo cesso di posto!-

fr sxfr dx

divisore

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