Giù nella miniera, parte 6

ottobre 27, 2014 da Cronotopo

Nei giorni successivi Simon divenne un recluso. Si dedicò anima e corpo alla messa a punto dei suoi stivali cinetici, o meglio, gli Stivali a Propulsione Gravitazionale. Scoperto il modo di produrre la spinta, il problema diventava come orientarla. Ci mise un po’, all’inizio pensava di poter dirigerla semplicemente con il peso del corpo, e in parte era così, ma appena aumentava la velocità il volo diventava ingovernabile.
Faceva i suoi esperimenti di volo la notte, lontano da occhi indiscreti, mentre il giorno stava chiuso in camera a lavorare ai suoi progetti. Stava cercando di capire come costruire uno di quegli specchi che materializzavano gli oggetti visti nel sonno. Come potevano far spuntare gli oggetti dal nulla?
Risolse il problema del volo costruendo un piccolo giroscopio da portare alla cintura, collegato in wireless ad un programma impiantato nel cervello elettronico degli stivali che lo riproduceva virtualmente e dava alla propulsione gravica la direzione. Quel tipo di propulsione, se saputa domare, sapeva essere estremamente docile, ed aveva un livello di stabilità superiore a qualsiasi altra.

Quando fece le prove del nuovo stabilizzatore di volo si stupì dell’incredibile manovrabilità che era riuscito ad ottenere. Il moto basato sul controllo diretto dei gravitoni permetteva di accelerare o arrestarsi improvvisamente, di eseguire brusche virate e istantanei cambi di direzione. La spinta del motore era non inerziale, qualcosa di impensabile prima della Caduta.
Combinato con il giroscopio dava l’impressione di assecondare completamente la volontà dal pilota, o meglio, quella del suo corpo. Percepiva anche le azioni riflesse, i micromovimenti muscolari, dando l’impressione di essere nati per volare.
Le sfere di controllo erano state costruite sul modello di quella del guanto, che era concepito per sollevare pesi relativamente bassi, e per spostarli di pochi metri. L’oggetto veniva investito di un raggio di energia verdognolo sprigionato dal guanto che poteva attrarlo o respingerlo.
Lui aveva alterato il progetto originale in modo che il controllo gravitazionale si fissasse sulla massa più vicina alle sfere piantate sotto le suole degli stivali. Quando accendeva gli stivali un alone verde si spandeva intorno alle gambe illuminando tutta la sua figura, e quando volava lasciava la scia come una cometa.

Poteva usare l’effetto repulsore per sollevarsi da terra, restare fermo in aria o volare, mentre l’effetto attrattore poteva essere sfruttato per inchiodarsi al suolo. In pratica le sfere si collegavano al più vicino campo gravitazionale, quello terrestre, sfruttandone il potere, alterando il flusso dei gravitoni fra il globo e l’indossatore degli stivali. Aveva solo una vaga idea di come fosse riuscito ad ottenere un risultato simile con gli scarti che aveva in casa.
Ora restava da provare velocità e consumi dei suoi stivali volanti. Nel sistema del giroscopio era innestato anche un tachimetro, un altimetro, un anemometro, un orizzonte artificiale e tutta l’avionica che era riuscito a costruire e montare sulla cintura, collegata con i suoi occhiali polifunzione nei quali proiettavano i loro dati.
Quando fece i test di velocità gli fu chiara immediatamente una cosa: non c’era praticamente limite alla velocità che poteva raggiungere. Per poco non si ammazzava cercando di ridurre il tempo di accelerazione negli 0-100km. Sorvolava i monti a trecento chilometri orari con il vento che gli urlava negli orecchi fino a spaccargli i timpani.
Tuttavia c’era un problema sui consumi. La differenza delle sfere rispetto al progetto originario del guanto comportava un consumo assai rapido delle batterie standard montate sui guanti. Anche piazzandone due per stivale non riusciva a volare più di quattro ore prima di dover ricaricare.
Poteva essere pericoloso avventurarsi al nord con così poca autonomia, le distanze fra i vari centri urbani era enorme laggiù nella Patagonia.

Satrasia- Character simon low

Ogni volta che cercava di risolvere un problema tecnico stringeva la Barrena con la mano destra. L’aveva legata ad un filo di rame e la teneva come ciondolo al collo. Nessuno sembrava farci caso, nemmeno in miniera. Meglio così. Sembrava un comune sasso di lago dalla forma un po’ bizzarra.
Stavolta comunque non trovò di meglio che piazzare anche una terza batteria su ciascuno stivale. In quel modo poteva volare per circa sei ore prima di doversi attaccare ad una fonte di elettricità. Per fortuna il consumo non dipendeva tanto dalla velocità raggiunta quanto dalla quantità di accelerazione impressa, per cui per ottimizzare i consumi poteva raggiungere con calma una velocità di crociera elevata per mantenersi poi im moto rettilineo uniforme; in quel modo era ridotto al minimo la richiesta di energia.
Per bilanciare la sua attrezzatura decise di procurarsi un altro guanto cinetico da modificare. Non fu difficile. Migliorò anche a questo i sistemi cibernetici che amplificavano la forza della presa e i rinforzi esterni in metallo.

Lentamente ma inesorabilmente prendeva coscienza che si stava avvicinando il momento della partenza. Pensava a come ci sarebbe rimasto male lo zio, ma non gli importava praticamente nulla. Forse gli avrebbe scritto due righe di addio. Forse.
E poi quello si sarebbe tenuto i suoi soldi, non poteva chiederglieli senza insospettirlo. Come poteva fare per campare fuori dal paese? Si sarebbe arrangiato. Una mattina si svegliò con la consapevolezza che quel giorno sarebbe partito. Era passato più di un mese dal giorno in cui aveva trovato la Barrena. Passò la giornata facendo quei pochi bagagli che aveva: gli attrezzi, stipati nei vari compartimenti segreti nei guanti e negli stivali, qualche vestito di ricambio e un po’ di provviste, fagioli in scatola e un po’ di frutta.

Fece un ultimo giro alla discarica tanto per vedere se trovava qualcosa di utile all’ultimo momento da portarsi dietro. Aveva fatto scorta di circuiti e ferraglia varia per avere qualcosa su cui lavorare durante il viaggio, ma sentiva che gli ci voleva qualcosa di più. E aveva ragione. Mentre avanzava fra i rottami vide una scatola di plastica e metallo spaccata in due come una noce di cocco.
Era una unità di teletrasporto usb!
Era completamente distrutta e inservibile, tuttavia lui la raccolse ugualmente, osservando le superfici interne: erano specchiate.
Gli era venuta un’idea folle su come utilizzarle, ma per il momento doveva aspettare, c’era la partenza a cui pensare. Tornò verso casa. Ad un tratto notò lo zio che si stava dirigendo verso un container che non era il loro. Ci abitava il medico del paese, un certo Fernando Martinez. Incuriosito decise di seguirlo.

fr sxfr dx

divisore

Scarica qui il racconto: Giù nella miniera

Indice:
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8