Giù nella miniera

ottobre 27, 2014 da Cronotopo

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Universo degli Esposti, pianeta Terra, anno 2035 d.C., datazione basata sulla rivoluzione del pianeta attorno alla sua stella e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.

simon, volto

Chi pensa che nel mondo della Caduta del Velo non ci siano gli sfruttati si sbaglia di grosso. Simòn questo lo sapeva bene. Faceva il minatore ed aveva solo dodici anni. Suo padre gli aveva insegnato cos’erano gli sfruttati e poi era morto. Era stato un sindacalista del settore minerario, uno di quelli che parlava troppo.

Aveva sette anni quando gli dissero che era morto in un incidente in miniera. Fu lo zio a dirglielo. Ricordava ancora come puzzava di sigari da due soldi e di tequila. Sembrava gentile. Ma già allora non gli credette, nel profondo del suo cuore. Sentiva, in maniera confusa, che suo padre era stato vittima dell’ingiustizia che egli aveva denunciato, era stato ucciso da chi voleva dissanguare la nazione argentina.

Sua madre era morta già da tempo, così fu lo zio materno a prendersi cura di lui. Anche lo zio lavorava nelle miniere d’argento. E ce lo portava sempre. All’inizio sembrava un gioco, lui aveva una paura tremenda ad entrare in quei tunnel bui pieni di detriti, dove suo padre aveva trovato la morte, e il buon zio Juan rideva della sua paura e lo rassicurava: -Tranquillo!- diceva dandogli una pacca sulla spalla. -Finché mi resti vicino non c’è pericolo.-
Sembrava divertente, poi, piano piano, una volta sposta quel sasso, un’altra passami quella piccozza, un bel giorno si era ritrovato a lavorare in miniera pure lui. Passò del tempo prima di capire cosa era successo. Suo zio l’aveva messo a sgobbare e si intascava il suo stipendio.
Aveva provato a dirglielo. -Con due stipendi campiamo meglio, ragazzo. Se fosse ancora viva la buon anima di tua zia potrei evitare di farti lavorare, ma così… cosa? E che ci vuoi fare con i soldi? Sei ancora un bambino! Ci penso io a tirarti su come si deve… accidenti, sei un rompiscatole, proprio come tuo padre!-

In effetti conduceva una vita povera ma dignitosa. Vivevano in uno di quei container per maestranze nel villaggio tra la miniera e il lago Cardiel. Avevano un po’ di confort, sicuro: la tv, internet, una piccola unità di teletrasporto usb, e cose così. Il paese però era deprimente. I suoi coetanei erano pochi e perlopiù annoiati. Quelli che non lavoravano prendevano in giro quegli altri, costretti a lavorare dalle circostanze, più che altro orfani come lui.
C’erano i container, un market, un bar, un’infermeria/farmacia, una chiesetta con il suo odioso prelato, e un altare olimpico per i sacrifici agli dei, senza nemmeno un sacerdote. Per il resto c’erano il lago, le pianure e i monti, a perdita d’occhio. Il direttore della miniera non abitava lì, arrivava ogni giorno perfettamente puntuale con il trasporto umano, dava un’occhiata in giro, passava un paio d’ore a parlare con i sovrintendenti e poi se ne tronava a Buenos Aires o da qualche parte sulla costa a nord nella sua villa.

Simon era andato a scuola abbastanza da saper leggere, scrivere e fare di conto, il resto lo aveva scoperto navigando sulla rete. Lo zio era geloso della sua connessione, anche se era una flat, e nel tempo libero se ne stava chiuso in camera al vecchio laptop, a giocare a poker on line o a spararsi qualche porno.
Lui invece aveva rimediato un vecchio iPhone dei primi anni della Caduta (gli piaceva pensare che quel gingillo aveva più o meno la sua età) con il quale spippolava appena aveva cinque minuti.
Aveva scoperto che là fuori, da qualche parte oltre le vuote pianure che spesso contemplava con il sole che tramontava sui monti innevati alle sue spalle, c’era un mondo meraviglioso e terribile, pieno di possibilità vertiginose e inquietanti minacce. Là fuori c’era il mondo della Caduta, c’era il mondo nudo, come lo chiamavano gli americani.

-Quando cresco me ne vado da questo buco di culo!- pensava guardando le ombre che si allungavano sull’erba. Non capiva come gente come suo zio potesse vivere lì nell’indolenza, a fare un lavoro di merda per una paga misera, per di più in uno dei posti più sperduti al mondo, di sua spontanea volontà.
Si alzò in piedi, spazzolandosi con le mani l’erba dalle chiappe, e si incamminò verso casa. Doveva cenare prima di attaccare, aveva il turno di notte stavolta. La miniera non chiudeva mai, in culo ai regolamenti e quant’altro.
Mentre camminava per le strade sterrate salutò qualche passante, colleghi della miniera, e rifiutò l’ennesima avanche di Linda, una delle due prostitute del paese, l’unica con cui uno poteva avere il coraggio di andare. Alcuni suoi amici l’avevano fatto, lui ancora no.
Era una ragazza ancora abbastanza giovane, che forse un tempo era stata bella, ma ora era come spenta, la sua figura era grigia, i suoi occhi irradiavano tristezza. Stava sulla porta di casa, appoggiata ad uno stipite. Accennò un sorriso, facendo cenno di entrare.
Lui rispose quello che le diceva sempre: -Un’altra volta.-

Rientrato in casa trovò lo zio che guardava la tv mentre giocava a poker sul computer. La cosiddetta area comune era occupata dal grasso e pelato zio la maggior parte del tempo.
-Ciao zio…-
-Umpf!- Juan distolse lo sguardo dallo schermo per un microsecondo. Teneva in bocca un sigaro spento che puzzava da fare schifo. -Ciao, Simòn. Hai il turno stanotte.-
-Si, lo so. Mi scarichi la cena?-
Il panzone fece un’espressione che diceva “va bene, ma solo perché sono molto buono”, -Cosa vuoi?- chiese invece.
-Spaghetti con ragù alla bolognese, da Lisetta.it, trovi il link fra i preferiti. Da bere…-
-Pure? Già vuoi questo piatto di lusso, in più ti prendi anche qualche bevanda gassata? O volevi il vino?- Scoppiò a ridere -Perché non prendi un Burrito da Tacos come tutti ogni tanto? C’è pure lo sconto per i minatori…-
Simon per un attimo strinse i pugni: la cosa che più lo faceva incazzare del fatto che il suo stipendio lo prendesse quel buzzurro era che probabilmente non lo stava mettendo da parte per il college, come dicevano in America, ma li sputtanava tutti alla texana on line. E la faceva pure pesare se voleva mangiare decentemente.
-Solo perché siamo latini non è detto che dobbiamo rimpinzarci di fagioli come pensano i gringos!- strillò con la voce rotta -Te e la mamma siete di origini italiane, non ti ricordi? Non ti ricordi la nonna che faceva il ragù in cucina con il manzo appena macinato?-
-Si, beh, era buono.- ci pensò un po’ su. Sembrava si fosse appena svegliato.
Sorrise: -E va bene, marmocchio! Facciamo due piatti, me ne mangio uno anch’io mentre finisco questa partita, mi hai fatto venire fame…in frigo c’è della coca, puoi bere quella.- E si mise ad armeggiare nell’aria per ordinare gli spaghetti. Mentre muoveva le dita nel vuoto il sensore sullo schermo percepiva il movimento e lo trasmetteva al cursore 3D che vagava da una icona all’altra, piccoli solidi luminosi racchiusi nello spazio dello schermo emiciclico. Le forme a volte tremolavano, o diventavano ammassi di fili grigi per un attimo; quello schermo aveva visto tempi migliori. Partì il download.

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