L’uomo camminava sul marciapiede torinese immerso nei suoi pensieri.
Era meglio al tempo della Crisi? Quando il mondo era sconvolto da guerre e rivolte, epidemie e catastrofi “naturali” che sembravano sempre meno naturali? Quando si pensava che una semplice antenna in Alaska e qualche scia in cielo dispersa dagli aerei fossero il massimo che avevano i potenti per manipolare la realtà e le persone?
Perché ora non c’erano forse rivolte, non c’erano guerre? E l’uomo della strada era più libero dal controllo delle elité di quanto non fosse prima della Caduta? Forse si, forse era meglio ora; almeno sapevano con cosa avevano davvero a che fare quelli che volevano lottare per un mondo più giusto.
Ma prima era più semplice. Quando era un ragazzo era entrato presto nelle file degli “antagonisti”, il frastagliato fronte che ereditava le esperienze e le lotte del movimento NoGlobal di dieci anni prima, che a sua volta portava con sé i rimasugli, i ricordi sfocati degli anni di piombo; quelli si che invece erano stati anni di lotte epocali e drammatiche, finite nel più completo disastro, la pace sociale dettata dal capitale.