Idolatri senza onore, parte 4

novembre 16, 2014 da Cronotopo

-Adesso!- Leno lanciò tutte le benedizioni del suo formulario prima di balzare fuori dai cespugli assieme al suo fedele compagno.

Tutto sembrò svolgersi con una lentezza innaturale, eppure furono rapidissimi: le loro spade mulinarono, e in pochi secondi una dozzina di teste di orco rotolavano sulla terra battuta della strada, il loro nero sangue che imbrattava i corpi nudi delle nobili, passate dalle urla di dolore a quelle di paura.

Ma subito smisero, comprendendo che i nuovi arrivati erano dalla loro parte. Ci fu un attimo di terribile silenzio, pesante come il piombo.

I due uomini si trovarono a fronteggiare i tre nemici rimasti, che erano balzati in piedi già pronti allo scontro. Il più lesto fu lo gnomo che disse, con voce assai diversa da quella di poco prima: -Nel nome del popolo delle Verdi Terre, chi siete?- la sua voce era tonante e imperiosa: solo con notevole sforzo resistettero all’incantesimo implicito in quelle parole.

Leno fece un passo avanti: -Tu parli in nome del popolo, io parlo in nome degli dei! Sono Leno, figlio di Meno, sacerdote della Sacra forza del Tuono presso il tempio di Urm, e questo è Trin, figlio di Tron, della nobile casa dei Tronati, cavaliere del Tuono e paladino di Urm! Deponete le armi e consegnatevi a noi, o l’ira degli dei vi colpirà!-

-Quali armi dovremmo deporre, chierico?- disse uno degli orchi allargando le braccia con i palmi verso di lui. Il suo ghigno mise in mostra le tozze zanne della mascella. Leno lo osservò meglio: non indossava armatura, solo una corta tunica grigia senza maniche, pantaloni di stoffa grezza, stivali di cuoio; attorno al braccio muscoloso ma slanciato, portava l’inconfondibile fazzoletto rosso dei senza dio.

Non aveva la tipica corporatura del giovane orco: molti predoni e schiavi sui monti Urim sviluppavano muscolature enormi ma grossolane, anche se erano alti avevano un’andatura curva che poteva arrivare a rasentare quella dei quadrupedi; erano solo dei cani con il dono della parola, nient’altro, per Leno e la sua gente, da tenere buoni con il bastone e un pezzo di bistecca.

Quello che gli stava davanti quasi non sembrava della stessa razza: postura dritta, fisico longilineo e tonico, movimenti aggraziati, i capelli lunghi legati in una treccia. Solo il volto tradiva la sua natura, i lineamenti crudeli, le zanne e gli occhi, piccoli e neri, ricordavano un cinghiale, la pelle grigio antracite tendente al nero che favoriva quella feccia quando si muoveva nelle ombre.

Il suo compare era della stessa pasta: alto e fiero se ne stava con le mani alzate, ma tenute in modo che Leno le vedesse per il taglio. Li distingueva qualcosa nell’abbigliamento, dettagli che via via affioravano allo sguardo: i capelli intrecciati con fili di colore diverso, viola per il primo, celeste per il secondo. Gli stessi colori erano intessuti sui loro petti a formare ignoti ideogrammi, la forma di scrittura delle genti di Emmel.

Lo gnomo sorrise: -Bene, onorevole Leno, io sono Gamot il Cantastorie, figlio di Osamot, commissario del Popolo per la Rivoluzione nelle Verdi Terre. E ti chiedo: chi ti dice che l’autorità degli dei sia superiore a quella del popolo?- Un Cantastorie: era un mago specializzato nella manipolazione della mente e nelle illusioni.

I lineamenti tondi e il viso sbarbato tipici di quella genia erano distorti da qualcosa di malevolo, una intelligenza acuta e micidiale. Era avvolto in manti blu e neri, e portava un cappello a punta senza tesa. Sarà stato alto circa quattro piedi.

-Cosa sarebbe il popolo senza l’aiuto degli dei, miserabile gnomo?- rispose stizzito Trin.

-Potrei rovesciare la domanda: dove sarebbero gli dei senza le preghiere e le oblazioni del popolo? Giacerebbero dimenticati negli angoli più bui del Grande Vuoto! Questa è la verità!-

-Ma di che vai blaterando, vile creatura?- scattò Leno -Gli dei abitano nel Camal, niente può distruggere le sue fondamenta! Non c’è alcun Vuoto, c’è solo Homer, la nostra casa, e il Camal di tutti gli dei, con le sue aule per le anime beate e le sue segrete per quelli come voi!-

-Potrei spiegarvi tutto per filo e per segno, ma non ho tempo di sanare la vostra ignoranza. Vi dico questo: noi non temiamo l’ira degli dei, sono loro che devono temere la nostra!- ribadì lo gnomo, sollevando le mani. Sembrava quasi si fossero arresi, invece non era affatto così.

Dai palmi del primo orco si sprigionarono dardi di energia violacea che impattarono sulle armature bianche dei due fedeli, esplodendo con decine di lapilli scuri. Il secondo abbassò le braccia come due mannaie, e fu come se due enormi lame invisibili avanzassero verso di loro lasciando un solco sul terreno.

I due uomini schivarono quel vento tagliente come una spada e partirono all’attacco senza esitare un momento di più.

Leno si trovò in duello con quello con i fili viola: provò un affondo, ma la sua spada fu facilmente schivata. In risposta vide arrivare simultaneamente decine di pugni. Che stregoneria era mai quella? Eppure non era magia, erano davvero le mani che si muovevano ad una tale velocità da apparire come un grappolo.

In qualche modo si difese con lo scudo rotondo: ringraziò che anche quello provenisse dalle sacre fucine del suo tempio e che portasse con sé la protezione degli dei. L’impatto fu tale che qualsiasi normale scudo sarebbe volato in pezzi assieme al braccio, come una pioggia di pietre.

Invocò il Pugno di Onida contro l’avversario, ma qualcosa impedì l’incantesimo: lo gnomo lo aveva contrastato pronunciando il controincantesimo. Respinse con lo scudo l’orco saltandogli contro e tentò un fendente dall’alto. La benedizione stavolta diede i suoi frutti: colpì con un bel taglio il petto del bersaglio. Questo guardò per un attimo la ferita, poi rivolse lo sguardo verso Leno. Sembrava solo più determinato.

Continuarono a scambiarsi colpi, armatura, scudo e spada contro le mani nude dell’orco: combatteva con uno stile possente, altrernando gragnole di pugni e di calci con attacchi ad energia, quei dardi violacei che detonavano contro il terreno mandando lapilli ovunque.

L’altro orco aveva uno stile del tutto differente: si muoveva come se danzasse, emettendo quelle letali lame di vento che Trin, pazzo esaltato e temerario, aveva provato a respingere con la spada, colpo su colpo, e finora ci era riuscito, ma sembrava a corto di idee. Probabilmente non riusciva a penetrare la mente dell’avversario, altrimenti il vantaggio tattico sarebbe stato schiacciante.

E c’era qualcosa che rallentava gli uomini e dava vigore agli orchi: le malie e gli incanti dello gnomo, che se ne stava in disparte a sussurrare formule, erano potenti, tanto da soverchiare le benedizioni e gli anatemi di Leno e di Trin. Bisognava fare qualcosa.

-Shinno!- esclamò improvvisamente Gamot, alzando tutto insieme il tono di voce.

Per un soffio Leno non perse il suo compagno: quella era il verbo che uccide, una maledizione che provocava la morte istantanea della vittima; per fortuna il chierico aveva imparato la contromaledizione. -Eru!- gridò in risposta. Il lampo verde che si era sprigionato dall’indice dello gnomo si disperse come nebbia al vento.

Il chierico aveva una profonda conoscenza di quel tipo di maledizioni: il verbo che storpia, il verbo che acceca, tutte afflizioni del corpo. Era certo di poter superare il cantastorie almeno su quel terreno. -Langueo!- pronunciò mentre con lo scudo si difendeva dall’ennesima pioggia di colpi dell’orco in viola.

Lo gnomo esitò un momento di troppo, non gli era balzata alla mente in tempo la controformula: ora era privato dell’uso della lingua, non poteva più invocare magie tanto facilmente.

Leno strinse al petto lo scudo, arretrando, l’orco che si teneva a distanza pronto a sferrare un altro attacco lo seguì: all’improvviso il chierico lanciò un pugnale con la mano dello scudo mirando alla testa dell’avversario. Questo evitò con facilità il colpo, scostandosi appena. Ma quella lama era speciale, era incantata e permetteva di imprimere un effetto alla traiettoria, se il lanciatore sapeva usarla.

Passato l’orco il pugnale deviò verso il basso e andò a conficcarsi in un occhio di Gamot, uccidendolo sul colpo. Il suo cadavere crollò a terra sprizzando sangue dall’orbita da cui spuntava il manico ricurvo in legno e osso.

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