Idolatri senza onore

ottobre 28, 2014 da Cronotopo

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Mondo del Camal di tutti gli dei, pianeta Domus, anno 1576 dopo la fondazione dell’Aquila, datazione basata sulla rivoluzione di Domus attorno alla sua stella.

Idolatri, Leno

-Al di fuori della vera religione non c’è salvezza- Pensò Leno, sacerdote di Onida, padre della Sacra Forza del Tuono, ripetendo dentro di sé la dottrina del suo ordine. -per coloro che non vogliono riconoscere tale assoluta verità c’è solo il freddo acciaio della mia spada!- accarezzò l’elsa che ballava contro il suo fianco.

Camminava sulla strada polverosa che attraversava le campagne segnate dalla guerra che gli infedeli stavano muovendo contro gli stessi dei: i campi erano incolti, alcuni dati alle fiamme, carcasse e scheletri di animali, cadaveri umani in diversi stadi di decomposizione, carri spaccati e abbandonati, case diroccate.

E i corvi ovunque, impazziti per tutta quella abbondanza, vorticavano gracchiando nel cielo terso. Un caldo sproporzionato incombeva su quelle terre, facendolo sudare.

Accanto a lui marciava il suo più fedele alleato, un Cavaliere del Tuono, paladino della sua stessa fede. Il suo nome era Trin, figlio di Tron, discendente dei Tronati, una delle nobili famiglie fondatrici del regno di Alletia, nato sotto l’egida del Tuono, il panteon di dei guerrieri riverita in tutte le Verdi Terre.

Ne avevano passate diverse fianco a fianco, fin da quando avevano ricevuto l’investitura. Avevano portato a termine molte Imprese, ripulendo sotterranei e castelli maledetti dagli dei nel loro nome, guadagnandosi la benevolenza del Camal, l’assemblea divina che proteggeva Domus. Ed ora erano di nuovo insieme nella disgrazia.

Quel cavaliere ci sapeva fare molto con la gente, grazie al suo fascino e al suo carisma, ed era un ottimo combattente. Non che Leno fosse da meno. Le sue cognizioni magiche potevano dare la vita, ma potevano anche toglierla quanto la sua spada benedetta da Onida in persona.

Indossavano ancora i sacri paramenti, ormai coperti di sangue, che li identificavano come devoti del culto del Tuono, le folgori dorate in campo bianco adornavano i loro mantelli. Ancora, dopo la caduta di Urm. Leno non poté evitare una smorfia mista di odio e disgusto ricordando la disfatta.

All’inizio della battaglia si trovava sulle mura, addetto a benedire l’artiglieria leggera e pesante della torre esterna ad est, quando aveva visto Mungus, figlio del divino Tames, prottettore della città, che ingaggiava battaglia con il senza nome. Quell’uomo, straniero in terra straniera, aveva portato il caos nelle Verdi Terre. Nessuno sapeva chi fosse né da dove fosse arrivato.

Ma chiunque fosse sapeva il fatto suo; dopo aver cercato di scalfire il semidio con una colonna di fuoco aveva iniziato un furioso duello brandendo una sottile mazza nera con la quale riusciva in qualche modo a parare i temibili colpi della gigantesca spada del figlio di Tames.

Poi accadde qualcosa, Mungus caricò con furia, ma in quel momento la sua figura si dissolse in polvere. Era stato polverizzato dai blasfemi poteri di Namlass, o Nemo, come lo chiamavano i mani; i suoi blasfemi sodali lo veneravano come l’eroe senza nome. Quest’ultimo, dopo un momento di pausa si era fatto strada verso le mura sferrando colpi di fuoco sovrannaturale che abbattevano interi plotoni, proprio nella direzione di Leno.

Il chierico aveva urlato rivolto agli artiglieri: -Colpite il blasfemo assassino di Mungus, dovete ucciderlo, ne va del nome di questa città!-

Ma né le baliste di fuoco, né i cannoni dei nani, né alcun altro ordigno sembrava poter fermare l’avanzata di Namlass e dei suoi soldati senza dio. Quando quel bestemmiatore giunse a ridosso della torre esterna, prima di sapere quello che stava facendo Leno lasciò perdere gli artiglieri e si gettò letteralmente nella mischia. Grazie al successo di una delle Imprese da lui condotta assieme a Trin, il suo corpo reagiva alle cadute come una piuma.

Cominciò a planare verso il campo di battaglia, poi sistemò i piedi sulla brocca di metallo che portava sempre alla cintura, dotata di una particolare imbracatura con corte staffe: si trattava dell’Eternacqua, un artefatto guadagnato anch’esso durante l’Impresa, in grado di versare indefinitamente acqua alla pressione desiderata, ed ordinò all’oggetto di produrre un geyser che gli fungesse da propulsore.

Il potente getto lo fece volare in picchiata contro l’assassino di Mungus, brandendo la magica spada consacrata da Onida; ma Namlass si accorse dell’assalto e lo respinse con un colpo di mazza che fece volare via il chierico tramortendolo. L’ultimo ricordo di Leno era che stava volando via fuori controllo sorvolando il campo di battaglia, mentre le mura di Urm cadevano sotto i colpi dei senza dio.

Si era risvegliato adagiato su di un giaciglio improvvisato nella radura di un bosco; il tramonto era rosso come il sangue. Trin stava vegliando su di lui. Guardandolo negli occhi, aveva capito immediatamente cos’era successo: Urm, l’inviolata, era caduta. Capendo il suo stato d’animo, Trin aveva cercato di sdrammatizzare: -Per una volta sono stato io a curarti.- aveva detto il paladino sorridendo. Anche lui era sopravvissuto alla caduta della città ed era riuscito a non farsi catturare.

Mentre si stava riprendendo e si scambiava le impressioni sulla battaglia con l’altro, improvvisamente aveva sentito qualcosa, una sensazione orribile; Trin lo aveva fissato terrorizzato, anche lui aveva sentito la stessa cosa: -Cos’è successo?-

Il chierico si era concentrato, chiudendo gli occhi: -Tames è stato spodestato, il suo culto è finito in questo momento.-

Erano rimasti in silenzio per molto tempo, assorti in una preghiera agli dei del Tuono che ancora regnavano su Alletia. Alla fine si erano messi in cammino verso le Verdi Terre; era imprudente cercare di tornare ad Alletia, si trovavano nel boschetto di Net, poche leghe ad est di Urm. Fra loro e la patria c’era l’intero esercito in rosso in assetto da guerra.

Quindi erano tagliati fuori, avrebbero dovuto attraversare le linee nemiche per giungere in patria, un’impresa sopra le possibilità di chiunque. Oltrepassarle equivaleva a morte certa. Inoltre sarebbe stato anche poco onorevole: per tornare a casa avrebbero dovuto portare qualcosa che lavasse l’onta della caduta della loro città.

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