La città del sole: ammazzare il tempo, parte 3

marzo 8, 2015 da Cronotopo

Le due ammazzatrici furono ammanettate e imbavagliate senza troppi complimenti, non si preoccuparono mimimamente delle loro ferite, le gettarono nel vano di un grosso flyer della polizia per il trasporto truppe, circondate e tenute sotto tiro. Lo stesso agente che aveva preso il cuore si avvicinò e tolse l’orecchino d’oro a Luna e l’estensore sul lobo sinistro a Venus, le custodie dei loro bioauricolari. Li infilò entrambi in una scatolina di metallo con un pentacolo inciso sul coperchio. Ormai era chiaro chi erano quelli, o meglio, da chi erano manovrati.

L’Ammazzamorti fece più attenzione ai poliziotti, ed improvvisamente fu certa di una cosa: lei e la sua amica erano le uniche due creature viventi sul velivolo. Gli altri erano tutti morti, anche se ancora in vita.

Rivolse uno sguardo a Venus che significava: -siamo nella merda!- Quella ricambiò, mentre si guardava intorno con i grandi occhi neri che scattavano in tutte le direzioni. Purtroppo c’era poco da fare: anche se le ferite si stavano rimarginando, le manette con cui erano legate dovevano essere incantate, poiché la loro forza era ridotta al minimo.

Nessuno parlò. Forse i poliziotti erano in contatto telepatico con il loro signore: una squadra ben addestrata e attrezzata come quella doveva avere per forza un negromante che li governava con la stregoneria.

La cosa strana è che furono portate davvero in una stazione di polizia. Atterrarono su una piattaforma nel bel mezzo del secondo livello, dove la luce solare era già un lontano ricordo e la penombra illuminata dai cartelloni e dai megaschermi pubblicitari regnava sovrana.

Guardandosi intorno mentre veniva trascinata dentro, Luna non potè fare a meno di restare colpita dall’apparenza di normalità tutto intorno. Altri agenti di polizia, anch’essi morti viventi, si mescolavano a normali esseri umani, gli uomini delle pulizie, i cittadini in cerca di aiuto o quelli arrestati. Ma aldilà dell’apparenza di quei corridoi freddi pieni di suppellettili prodotte in serie poteva avvertire l’aura dello stregone che incombeva su tutta la stazione.

Si rese conto che non avrebbe potuto nemmeno urlare per richiamare l’attenzione di qualche passante per mandare un messaggio di emergenza: conosceva una procedura, un semplice incantesimo che avrebbe indotto chiunque lo avesse udito a contattare l’Osservatorio e a dire alcune parole che avrebbero messo il quartier generale in allarme. Ma non poteva usarla: la sua voce, proprio come le sue mani, era bloccata dal potere di quelle manette.

La sua sorella ammazzatrice Venus ogni tanto provava a scalciare e a liberarsi con effetti penosi. L’unica speranza era che l’Osservatorio riuscisse ad intervenire dall’esterno per liberarle, sempre ammesso che riuscissero a scoprire dove si trovavano nonostante tutte le contromisure metafisiche che gli zombi poliziotti e il loro maestro avevano messo in atto.

-Non c’è scampo, maledizione!- pensò Luna B preparandosi alla morte.

In realtà sapeva che c’era ben di peggio. Morire sarebbe stata una liberazione, e il suo spirito si sarebbe reincarnato in qualche altro essere vivente della mistica realtà. No, i nemici della Natura avevano sempre qualcosa di peggio della morte fisica in serbo per i loro avversari.

Si chiese se era peggio finire annullati nella divina sorgente come in un lampo o provare infiniti tormenti nelle prigioni infernali o nella morte in vita. Ebbe la visione di lei e la sua sorella spirituale trasformate in zombi come quei poliziotti, costretti ad avere coscienza senza la gioia della vita e a servire un fottuto negromante finché qualcuno non le avesse polverizzate.

Erano chiuse nella sala degli interrogatori adesso, legate a sedie di metallo incassate nel pavimento, guardate a vista da quattro poliziotti in tenuta da assaltatore che le tenevano sotto tiro con i loro fucili. La stanza era grigia e spoglia, con il solito specchio al posto di una delle pareti. Ad ogni angolo, in alto, era piazzata una telecamera di sicurezza, un quarto di sfera di vetro oscurato dietro cui si celava ogni sorta di sensore.

Presto sarebbe venuto qualche sensitivo per estrarre informazioni dalle loro menti: in quel momento avrebbero dovuto suicidarsi entrambe piuttosto che farsi interrogare dal nemico: infatti ogni agente dell’Osservatorio era dotato di un piccolo legame magico che li avrebbe uccisi nonappena loro lo avessero richiesto. Quando fosse arrivato il momento, avrebbero dovuto lanciare il silenzioso incantesimo.

Ad un tratto fu consapevole di qualcosa di indefinito, un cambiamento impercettibile nell’aria della stanza, come se fosse entrato qualcuno. Eppure la porta non si era aperta, né era apparso qualcuno. Che il sensitivo non solo fosse entrato con il teletrasporto, ma stesse anche usando l’invisibilità? Impossibile dirlo.

Nel dubbio, Luna rivolse uno sguardo a Venus, la quale ricambiò la determinazione ad usare l’incantesimo di morte prima che fosse troppo tardi, quando accadde qualcos’altro: un poliziotto torse il collo fino a staccarselo, un altro si ritrovò un coltello piantato nella fronte, poi due sbuffi attutiti, una pistola con il silenziatore forse, e infatti i due rimasti si trovarono ciascuno un proiettile ficcato in un occhio prima che potessero capire cosa stava succedendo. Non più di due secondi in tutto, e i quattro poliziotti erano morti, cioè, veramente morti e immobili sul pavimento.

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