La città del sole: la morte è il tuo dono, parte 2

maggio 19, 2015 da Cronotopo

Luna B avanzava nella stazione di polizia massacrando indifferentemente civili innocenti e poliziotti zombie. Ormai andava in automatico, senza pensare a quello che stava facendo. La sua mente vagò libera e tornò agli inizi della sua carriera di ammazzatrice, quando il Bibliotecario l’aveva istruita sulla sua vera natura.

-La morte è il tuo dono.- quella frase l’aveva colpita sin dalla prima volta che l’aveva sentita pronunciare dal suo osservatore. Era la frase che racchiudeva il suo destino di prescelta.

Dopo il suo primo incontro con i vampiri l’aveva accompagnata a casa sul Tubo e le aveva dato appuntamento nei giorni seguenti per l’orientamento, ed ora si trovavano in un rifugio dello sciamano, situato nel cuore del megagrattacielo che ospitava la biblioteca pubblica di Los Angeles.

-Ma che significa?- chiese la ragazza dopo aver sentito in cosa consisteva il suo dono.

-Beh- continuò il Bibliotecario pulendosi gli occhiali con un fazzoletto -ti ho spiegato che cos’è il Samsara e del perché dobbiamo preservarlo, giusto?-

-Si, certo, almeno mille volte!- rispose Shannon -gli angeli ci vogliono tutti morti per sempre perché dio rivuole le nostre anime, i demoni ci vogliono tutti loro schiavi all’Inferno, mentre i Grandi Antichi presiedono il grande ventre che contiene tutti i mondi e bla bla bla.-

-Sono gli Antichi che custodiscono il corretto fluire delle anime nel ciclo delle reincarnazioni, sono loro i nostri benefattori ai quali dobbiamo obbedienza. Morire vuol dire rinascere, sotto la loro benedizione. È il loro dono, e anche il tuo. Loro ti hanno scelta per essere la mano attraverso la quale lo concedono. Tu sei nata per dispensare la morte, e quindi la rinascita di nuove vite. Tu sei una prescelta, una ammazzatrice.- concluse l’uomo.

In quel momento le era sembrata un’enormità, e a ragione. Gli Antichi erano qualcosa che andava oltre l’immaginazione, qualcosa che trascendeva le capacità umane di comprensione e soprattutto di sopportazione. Nei riti di venerazione aveva potuto avere un’assaggio della loro terrificante immensità.

Non era stato piacevole, specie la prima volta, anzi, era stata un’esperienza traumatica; eppure le aveva lasciato una sensazione di benessere selvaggio, come se tutti i vincoli morali imposti dalla società fossero stati sciolti dentro di lei. Da allora uccidere, e perfino torturare, fare del male, non le era più sembrato immorale, sbagliato, specie durante una missione.

Gli unici peccati erano quelli di donare la prorpria anima immortale ai celesti o agli inferi; quando poteva cercava sempre di togliere il battesimo o l’atto di vendita infernale da coloro che si trovava a dover togliere di mezzo, ma putroppo molte volte non c’era il tempo: quella era una di quelle volte.

Nonostante la venerazione degli Antichi, tuttavia, nella sua vita privata ma non solo, stentava ancora a lasciarsi completamente andare a quella totale mancanza di freni inibitori, come invece sembrava riuscire a fare la sua sorella elettiva. Luna guardò Venus mentre si faceva strada assieme a lei fra i poliziotti e i civili che affollavano quel distretto. Nelle loro teste ancora la disturbante litania del Balrog, il demone della musica.

No, non sarebbe stata da meno della sua sorella sterminatrice di demoni. Lei era l’Ammazzamorti, e quello era la sua specialità.

Finalmente spuntarono nel grande atrio che dava sull’esterno. Era uno scenario apocalittico: cadaveri ovunque, muri pieni di fori, moblili in pezzi, luci e vetrate frantumate. Dalle entrate e dalle finestre sciamavano truppe meccanizzate in esoscheletro, bestioni completamente ricoperti da placche di metallo e ceramica senza insegne o distintivi, i visori che emanavano bagliori rossi.

Li stavano respingendo due individui, i quali indossavano anche loro armature ad alta tecnologia: il primo sembrava un robot, completamente ricoperto di metallo rigido da capo a piedi, un’unica luce rossa che brillava al centro della faccia, al posto del classico visore; l’esoscheletro era arancione e blu. L’altro indossava una specie di tuta di scaglie argentate, che doveva essere davvero di ultima generazione. Indossava un elmo con il volto a forma di teschio. Entrambi combattevano con la spada, anzi, con la katana, facendo a pezzi i loro avversari.

-Luna B!- era la voce dell’osservatore nella sua testa che la chiamava -Quella all’esterno è una unità necrotica meccanizzata, datti da fare.- I due invece dovevano essere alleati, invece.

Le ammazzatrici e il serpente si gettarono nella mischia.

Luna vuotò il caricatore ed esaurì le granate, poi gettò la pistola, ripose il paletto e si lanciò a mani nude contro il primo corazzato che gli si presentò davanti. Con un pugno ben assestato sfondò il casco e la testa sottostante. Roteò su sé stessa e sferrò un calcio di tacco alla tempia di un altro, con il medesimo risultato.

L’incontro con Grace l’aveva atterrita, era troppo potente per lei quando l’aveva incontrata; ma ad ogni scontro diventava più forte, sempre più forte: il metallo cedeva sotto i suoi colpi come creta. Era quella la forza di una ammazzatrice: il combattimento prolungato non la sfiancava, anzi, la rinvigoriva. La violenza dello scontro, il brivido dell’uccisione, le dava potere.

fr sxfr dx

divisore

Indice La città del sole