La festa, parte 5

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

Nel sogno vide un cosmico rave sospeso aldilà di tutti gli universi che si perpetrava all’infinito, grottesche creature grandi come montagne si agitavano al ritmo assordante di una grancassa invisibile, mentre blasfemi orifizi soffiavano una melodia disturbante.

Gli esseri danzavano orbitando attorno ad una massa oscura, più nera dello spazio alieno tutto intorno, ma in qualche modo vivente. Seppe che era la stessa cosa che aveva oscurato la luna la sera prima. Era quello il vero aspetto del tutto, la sua vera natura? Dopo tutto non era qualcosa di meraviglioso e intimo come un abbraccio, ma terrificante e mostruoso, inaccessibile e incomprensibile per una misera mente umana?

L’uomo incappucciato stava sussurrando le risposte, ma lei non le capiva. Avvertiva solo la paura che cresceva come l’onda di un bad trip, come il calo senza fine della più grande botta della sua vita.

Quando si svegliò, spalancando gli occhi, era perfettamente lucida. La prima cosa di cui fu consapevole era la gigantesca scimmia che la attanagliava. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché le passassero all’istante uno spinello, o almeno una sigaretta. Qualunque cosa, pur di evitare quel momento di lucidità in cui seppe che la serata del giorno prima era accaduta davvero.

Si mise a sedere sul letto. Un’infermiera entrò: -Buongiorno!- la salutò cordialmente -Dormito bene?-

-Insomma…- fu la risposta. -Ha una sigaretta?- chiese prima di pensare.

-No, è vietato fumare negli ospedali, non lo sa?- l’infermiera la osservò. -Comunque mi sembra che stia bene. Le chiamo immediatamente l’agente, vorrà farle delle domande, è arrivato in nottata, ed è rimasto sempre sveglio, montando la guardia qui fuori…- si vedeva che moriva dalla curiosità di sapere di cosa si trattava, si morse un labbro, le rivolse un ultimo sguardo ed uscì dalla stanza.

Sabina si guardò intorno. Era da sola. Accanto a lei c’erano altri due letti, vuoti.

Si aspettava il carabiniere che l’aveva già interrogata, o un suo collega, invece entrò un uomo che indossava una divisa che non riconobbe: blu scura, al braccio una spada coronata da un cerchio di stelle come quello dell’Unione Europea.

-Buon giorno, Sabina. Sono il tenente Sandor Gedfeld, gendarmeria europea.- disse con forte accento straniero, nordeuropeo forse, mentre le tendeva la mano.

Lei la strinse incerta: -Come mai hanno chiamato la polizia europea?-

-Ieri sera lei ha parlato di una strage durante una festa illegale nei boschi di questa cittadina. Ha accennato a centinaia di morti, per questo genere di reati interveniamo noi.-

-Li avete trovati?- chiese lei senza fiato.

-Veramente no. Abbiamo setacciato il bosco, abbiamo effettivamente trovato i resti di un accampamento, ma non c’era nessuno. Mi racconti di nuovo che cosa ha visto.- disse l’uomo prendendo una sedia e accomodandosi.

E lei lo fece: raccontò del morto senza testa, degli alberi mostruosi, delle teste che esplodevano, dei mostri che emergevano dai colli sanguinanti. Ora, alla luce del sole, i dettagli erano atrocemente nitidi nei suoi ricordi, era impossibile pensare anche solo per un momento che si fosse immaginata tutto quanto.

Il poliziotto ascoltò le sue parole in silenzio, senza interromperla, fissandola con sguardo penetrante. Quando ebbe terminato il racconto, la ragazza domandò: -Crede ad almeno una parola che le ho detto?-

-Non ho elementi per farlo, signorina, mi dispiace.-

-Ma…tutti quei ragazzi, i miei amici, se sono spariti qualcuno se ne sarà accorto: i genitori, i parenti, i conoscenti…-

-Infatti. Ma nessuna segnalazione ci è ancora arrivata.-

Silenzio. -Mi serve una sigaretta. Può aiutarmi?-

-Si. Andiamo in terrazza, però. Non vorrà violare la legge davanti ai miei occhi!- le passò un pacchetto di Philip Morris marroni e un accendino Bic azzurro.

Aprì la portafinestra ed uscì nella lunga terrazza. Sotto di lei, a quattro piani di distanza, il quieto paese rumoreggiava fra un clacson e una voce; in lontananza c’era il mare.

Il cielo era sereno, tranne che per qualche velatura.

Si accese la sigaretta, gustandosi ogni singolo tiro. La nicotina entrò nel sangue rilassandole tute le membra. Cercò di riflettere sulla situazione: se non avevano trovato nulla nella radura, forse si era immaginata davvero tutto. Ma no, era impossibile. Tutto quel sangue rappreso sui suoi vestiti appesi in un angolo dimostravano che i morti c’erano stati.

Quanto ci sarebbe voluto prima che le famiglie si rendessero conto che i loro figli erano scomparsi? Sembrava assurdo che non fosse arrivata nemmeno una segnalazione di qualche genitore preoccupato. E i suoi genitori? Sapevano che si trovava lì in un ospedale della costa? Lo chiese al poliziotto.

-I suoi genitori sono stati avvertiti, stanno venendo a prenderla, non si preoccupi.-

-Davvero? Credo di aver perso il cellulare, posso chiamarli per fargli sapere che sto bene?-

-Certo. Ma credo che prima, ora che lei è sveglia, vogliano farle delle analisi per vedere se ha subito danni… alla testa. L’infermiera ha chiamato il medico, sta arrivando.-

Sabina si strinse nelle spalle. Non aveva tutta questa voglia di sentire i suoi che le vomitavano addosso la loro ansia. Potevano anche aspettare. Spense la sigaretta in un posacenere improvvisato con un vecchio vaso pieno di sabbia e rientrò, rimettendosi a letto.

Entrò un dottore in camice bianco, affiancato da diversi infermieri particolarmente robusti. Guardò il poliziotto: -Allora?- chiese.

-Ha confermato la versione dei fatti che ha dato ieri, credo che non rimanga altro che farle un TSO in attesa della convalida del giudice.- rispose l’agente.

-D’accordo. Posso avere la sua firma?-

-Certamente.-

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