La festa, parte 7

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

I due infermieri si affiancarono a Sabina, che taceva pensosa, lo sguardo basso. Le braccia, che prima agitava con i pugni alzati davanti al viso, ora scendevano inerti ai fianchi. La presero un braccio ciascuno, mentre quello con l’iniettore si avvicinava.

Sembrava che ormai si fosse arresa all’evidenza, che avesse accettato di essere stata preda di una allucinazione, che quello che ricordava della notte precedente non era reale: -Che posso fare?- pensò -Opporsi sarebbe inutile, peggiorerebbe solo le cose. Lasciamoci curare e vediamo cosa succede. Devo consegnarmi nelle loro mani.- Ma nel momento in cui lo pensò, qualcosa scattò dentro di lei.

La naturale diffidenza che chiunque assuma sostanze illegali e frequenti certe feste prova nei confronti delle forze dell’ordine, le risalì tutta insieme come i postumi di una sbronza. Ripensò ai discorsi complottisti dei suoi amici, e di milioni di siti, alle sette segrete che controllano il mondo e che fanno le peggiori cose nascondendo tutto. Le erano sempre sembrate un mucchio di cazzate.

Ma ora che aveva visto i mostri la pensava diversamente, si rese conto. Se esistevano i mostri perché non potevano esistere i poteri occulti? Quegli uomini, che dicevano di volerla aiutare, non potevano essere agenti al soldo di oscuri direttori?

La gendarmeria europea, chi la controllava? E gli psichiatri? Chi decideva cos’era la sanità mentale? E la festa, chi l’aveva organizzata? Solo allora si ricordò dell’incappucciato dietro la console. Chi era? Il membro di una setta pure lui, il dj?

Possibile che fosse tutto parte di un complotto di cui lei era una delle vittime? Così tante domande, così poche risposte.

Eppure temeva che fossero proprio pensieri di quel tipo a costituire quella che il medico chiamava la sua schizofrenia paranoide. Alla fine, se erano veri i mostri, era vero anche il complotto. Se decideva di credere ai mostri, doveva anche prendere in considerazione l’idea che il medico volesse farle il lavaggio del cervello, che fosse parte della cospirazione, così come gli infermieri e lo sbirro. Altrimenti accettava che i mostri non esistevano, e si faceva aiutare da quelle persone a recuperare i suoi veri ricordi.

È difficile scegliere se accettare se stessi o accettare il resto del mondo.

Valevano di più i suoi ricordi o le supposizioni degli altri? Qual’era la pillola rossa? Esisteva un modo per valutare obiettivamente e scegliere fra le due cose con cognizione di causa? Come era possibile essere certi di qualcosa? Era possibile? O tutto restava avvolto nel dubbio infinito, preda di un oscuro scrutare?

Tutti quei pensieri la attraversarono in una frazione di secondo, ma nell’istante in cui gli infermieri la toccarono, accadde qualcosa, come se dentro di lei fosse esploso un vulcano. -No!- urlò.

I vetri delle finestre che davano sulla terrazza esplosero con violenza proiettando una pioggia di frammenti oltre la balaustra. Gli infermieri e il medico giacevano a terra, mentre il gendarme era ancora in piedi, anche se lievemente stordito: -Non faccia cose di cui si potrebbe pentire…- disse guardandola dritto negli occhi.

Ma prima che potesse finire la frase, la ragazza era corsa verso l’apertura irregolare che dava sull’esterno, ed era saltata oltre il parapetto, lanciandosi nel vuoto. L’agente la vide sparire, per poi vederla ricomparire in volo che si allontanava ad altissima velocità nel cielo non del tutto limpido di quella afosa giornata estiva.

Satrasia-Racconto La Festa- Sketch 2

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