La festa, parte 2

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

Cos’era reale di ciò che sentiva? Il suo corpo era reale? E se non lo era, che cos’era in realtà? I suoi pensieri erano reali? Come potevano non esserlo? Forse non era davvero lei a pensarli, forse era qualcun altro, ma chi? Aveva senso la domanda? Chi era lei, in fondo? I suoi ricordi erano reali? Erano loro la prova della sua esistenza, eppure quanti ricordi sono sbagliati? Come fai a saperlo? Lo chiedi agli altri? Ma se i ricordi possono essere falsi come fanno le altre persone ad essere reali?

In lei ancora ardeva la consapevolezza dell’unità del tutto. -Tu sei Quello!- sembrava sussurrargli incessantemente quel pensiero, come se fosse una cosa viva, diversa da lei. Ma se era diversa da lei come faceva ad essere tutto uno? La sua vita era come una fugace onda nell’oceano, che per un attimo si rendeva conto degli abissi di ignote profondità che la tenevano lì dov’era?

Che cos’era Quello, in realtà? Cos’è il tutto? Può essere nominato? Può essere descritto? Forse no, come potrebbe. Se è il tutto è tutto insieme, una descrizione può essere solo una parte della Cosa. Allora forse può essere ascoltato, come una musica. Era quello che stava facendo? O era l’ennesima illusione causata dalle sostanze? Ricordava la frase scritta sul muro del bagno di un bar che frequentava spesso: “pensavo fosse amore, invece era MD”.

Ma com’era possibile che una consapevolezza così chiara, così distinta, potesse essere illusoria? Si può veramente avere l’illusione della consapevolezza?

Così tante domande, così poche risposte. Sentiva che nessuna risposta avrebbe mai soddisfatto quel genere di domande, come un amante insaziabile che vuole sempre altro sesso, e tu glielo dai, glielo dai, ma non basta mai. All’inizio può anche essere divertente, ma poi diventa pesante.

Si rese conto di essere inciampata nel corpo di qualcuno: adesso era a terra, al limitare della radura sotto alberi contorti e affogati dai rampicanti, che si agitavano al vento. Eppure l’aria era ferma, come se Dio, o la Cosa, stesse trattenendo il fiato. Visioni indotte dallo stato di alterazione in cui vagava la sua mente come un asteroide nello spazio.

Mise le mani in terra per rialzarsi, ma le ritrasse subito. Il suolo era fradicio di un liquido viscoso che si allargava intorno a lei in una pozza sulla quale stava seduta. Il suo primo pensiero fu che si trattasse di vomito del tizio nel quale era inciampata. -Oddio che schifo!- squittì.
Istintivamente avvicinò le mani alla faccia per vedere, per annusare, per capire di cosa si trattava. La luce della luna annullava i colori, rendendoli tutti sfumature di blu, di nero e di grigio, ma nonostante questo vide che quella sostanza non poteva essere vomito, troppo scura, troppo densa, troppo uniforme. E l’odore, l’odore era quello del sangue.

Per la prima volta prestò attenzione alla salma nella quale era inciampata: paralizzata come ghiaccio millenario vide una sagoma maschile distesa in maniera scomposta. Era priva di testa. Dal collo mozzato sgorgava ancora un denso fiume che sarebbe stato rosso sotto la luce del sole, mentre invece appariva nero come un’ombra luccicante sotto la pallida luna.

L’adrenalina, naturale droga del suo corpo, più potente di qualunque anfetamina, entrò immediatamente in circolo: combatti o fuggi, le diceva. Il suo cuore iniziò a battere così forte e così veloce che sembrava di avere un martello pneumatico nel petto che cercasse di sfondarle la cassa toracica. I suoi sensi si fecero improvvisamente acuti e definiti, percepiva ogni singolo dettaglio con totale lucidità, certa che fossero reali: il cadavere decapitato in un lago di sangue davanti a lei, gli alberi che si muovevano in maniera innaturale ondeggiando e facendo schioccare liane di parassiti vegetali, il rave a pochi passi, la musica insistente.

la festa, dettaglio

Voleva scappare, voleva gridare, ma non riusciva a fare ancora nulla. Si guardò intorno, cercando forse la testa mancante. Non la vide. Vide solo gli alberi… -Mio dio, gli alberi!- sussurrò muovendo appena le labbra. Il suo cervello si rifiutava di capire quello che gli occhi vedevano. Sapeva solo che non era un’allucinazione. -Lo hanno ucciso!- pensò, tornando a guardare il corpo privo di testa.
La salma, che giaceva prona, ebbe un sussulto, puntò le mani e alzò il torso. C’era qualcosa, qualcosa di vivente che si stava facendo strada fuori dal collo mozzo, una mostruosità verminosa tutta occhi e appendici carnose che non poteva essere reale.
Fu allora che Sabina trovò la forza di reagire, tutta insieme. Balzò in piedi cominciando ad urlare, prima un grido indistinto, poi, mentre fuggiva verso il falò, fregandosene dei rametti e dei sassi che le stavano martoriando le piante dei piedi, le uscirono parole distinte: -Aiuto, vi prego! É morto, l’hanno ucciso! Gli hanno staccato la testa! Vi prego, dobbiamo andarcene di qua!-
Si gettò in mezzo alla folla scuotendo le persone, cercando di farsi capire, ma nessuno sembrava ascoltarla. Ascoltavano solo la musica, tornata ad una martellante cassa dritta che superava i centosessanta battiti per minuto, agitando freneticamente le teste come se fossero tutti impazziti.

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