La festa, parte 3

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

Sabina cercava disperatamente qualcuno che non fosse troppo fatto per capire quello che gli stava dicendo. I ragazzi tutto intorno caracollavano in ogni direzione, continuando a scuotere il capo in su e in giù seguendo il beat, sembravano ignari di tutto, soprattutto di una ragazza in mezzo a loro che strillava con le lacrime agli occhi e il viso spiritato.

Non restava che rivolgersi al dj e agli “organizzatori” della festa, spacciatori in testa. Magari qualcuno di loro era perfino lucido. Si voltò speranzosa verso la consolle, e vide che era presidiata da un uomo incappucciato, con indosso una tunica di tela grezza come quella dei monaci, stretta in vita da una spessa corda. Stava impassibile davanti al portatile collegato all’impianto con una mano sulla tastiera. Il cappuccio lo copriva fino al naso, il volto era in ombra tranne che per la bocca, una bocca ghignante e soddisfatta, la chiosa dei denti in bella vista. Non c’era nessun altro intorno a lui.

la festa, dettaglio dj cultista

Stava in qualche modo capendo che non l’avrebbe aiutata, quando qualcosa accanto a lei esplose con un forte rumore secco, inondandole la faccia. Non vide mai cosa fosse ma lo capì un secondo dopo, quando vide davanti a sé la testa di una ragazza scoppiare come un palloncino pieno d’acqua. Mentre cercava di pulirsi gli occhi vide confusamente attorno a lei le teste dei partecipanti alla festa detonare una dietro l’altra come uno spettacolo di sanguinosi fuochi d’artificio, il tutto a ritmo della cassa che continuava a pompare.

Dai colli sprizzanti come fontane rosse, emersero viscidi tentacoli di carne pieni di grappoli di occhietti arancioni con l’iride nero come le tenebre circostanti: tutti puntati su di lei. Anche il resto dei corpi stava mutando, le braccia contorte da nuovi gomiti, mani che si scioglievano o si allungavano agitandosi come le zampe di un ragno.

Le fiamme del grande falò si erano fatte verdi e illuminavano la scena di malsani riflessi innaturali.

Sabina guardò il cielo, alla disperata ricerca di qualche elemento di normalità in quel mare di orrori senza fine, in cerca della luna. Solo allora vide che doveva essere in corso un’eclissi: al posto del satellite una sfera nera e pulsante di vita ignota protendeva i suoi tentacoli attraverso il cielo, e le stelle sembravano marcire come fiori di una palude.

Folle di paura, fuggì nel bosco, ignorando ciò che vi aveva scorto prima. Si gettò fra gli alberi correndo incurante del dolore ai piedi o delle frustate che le arrivavano sulle gambe, sulle braccia, sulla faccia. Cercava la via da cui erano arrivati, prima il sentiero, poi la strada sterrata lungo il canale, il ponte, ancora un’altra strada sterrata che tagliava il bosco, e in fondo, dietro una linea di piloncini di cemento, il parcheggio di una grande discoteca del litorale.

Si guardò intorno ansimando mentre cercava di riprendere fiato, si sentiva in carenza di ossigeno, il cuore continuava a battere all’impazzata, il fiato sembrava spezzarsi ad ogni respiro. Eppure ce l’aveva fatta. Intorno a lei, cose normali e definite: le automobili parcheggiate, l’asfalto usurato, le luci della discoteca e l’insegna al neon: Roses.

Si costrinse ad alzare lo sguardo: la luna era lì, piena e gialla come l’aveva sempre vista fino a quella notte. Era stato tutto un suo viaggio. Si guardò addosso: era coperta di sangue e di interiora. No, non era stato un incubo. Era reale, quello che era successo a lei, quello che era successo agli altri, quello che era successo quella notte.

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