La festa

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

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Pianeta Terra, anno 2018 d.C.
datazione basata sulla rivoluzione del pianeta attorno alla sua stella e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.

Il fuoco ardeva nello spazio disboscato accanto alla casa abbandonata.

Era un vecchio edificio in pietra, un granaio o forse una postazione militare, lasciato a marcire in mezzo al bosco. Da qualche parte, non lontano da lì, c’era il mare. Le casse del modesto impianto avevano smesso di martellare con la cassa dritta e pompavano un beat più lento e articolato.

Giovani sfattoni ballavano incerti come le fiamme che ardevano poco più in là. I pini che delimitavano tutto intorno l’area della festa come un plotone di pazzi erano lambiti da quella tremula luce.
La luna, piena ed alta nel cielo, rischiarava la radura dove il fuoco non arrivava. Nella parte più lontana dalle casse la folla si diradava, lasciando spazio ad un cimitero di collassati, agonizzanti o comatosi. Muoversi in quella zona per trovare un posto in cui pisciare poteva rivelarsi un’impresa azzardata, c’era sempre il rischio di inciampare in qualche arto invisibile nell’ombra.

Sabina disciolse un quarto di grammo di MDMA nella bottiglietta d’acqua da mezzo litro, richiuse il tappo, agitò il contenuto, svitò di nuovo il tappo e cominciò a bere a piccoli sorsi. Meno male che se l’era portata da casa, a quella festa avevano solo ketamina ed eroina, e gli effetti erano ben visibili tutto intorno nei volti distorti, negli occhi a spillo che fissavano il vuoto.

Mentre ballava, man mano che la sostanza entrava in circolo dallo stomaco per raggiungere le sinapsi del suo cervello, la sua coscienza avvertiva le ondate dell’effetto portarla sempre più in alto. Il suo corpo sudato si agitava assieme agli altri, ma più aggraziato, coperto solo da un top striminzito e una gonnella in stile militare. Gli anfibi li aveva gettati in un angolo e ballava a piedi nudi.
Solitamente uno spettacolo del genere avrebbe attratto turbe di ragazzi come api intorno ad un fiore, o mosche intorno alla merda per i meno romantici, e certo quella non era una situazione da corteggiamento cavalleresco, ma da accoppiamento selvaggio. Tuttavia nessuno venne ad importunarla, ciascuno era chiuso nel suo viaggio individuale.

Eppure aveva voglia di socializzare, ma come facevi con quei pischelli di quindici anni strafatti di ketch che a malapena stavano in piedi o che si rotolavano nella polvere? Per non parlare di quelli imbottiti di roba, quelli erano nella pace dei sensi, o nella privazione dei sensi.
Gli amici con cui era arrivata si erano già dileguati: Simo e Dani, essendo uomini, dovevano aver già trascinato nella boscaglia qualche giovane sprovveduta in stato di semi-incoscienza, alla quale infilarglielo senza che questa manco se ne accorgesse. Storse la bocca, era successo anche a lei qualche volta. Ma così è la vita, così fai esperienza.

Continuò a ballare per un periodo indefinito di tempo, mentre la sua mente si muoveva lontano, sempre più lontano, la luna, le stelle in cielo, le foglie degli alberi, le sue gambe nude, la sensazione della brezza di terra che a tratti si alzava. Tutto era meraviglioso, tutto quello che sentiva, ogni sensazione, ogni colore, odore, suono o consistenza, anche la più ripugnante, era uno scrigno di tesori mai visti.
Era innamorata di tutto, sentiva la consistenza di ogni singolo granello di polvere sotto i piedi, ogni singola goccia di sudore che usciva dai suoi pori per colarle sul petto, ogni anello, metallo contro carne, alle dita delle mani e dei piedi, i bracciali e i tatuaggi, gli orecchini, i piercing e gli estensori.

Tutto era connesso a tutto il resto, in una cosmica unione, le vibrazioni della sua anima la mettevano in correlazione con la musica, e la musica la metteva in sintonia con l’intero universo.
-Io e quel sasso siamo la stessa cosa!- pensò -Io e quel cavo canon, io e la luna, io e il mio cellulare, io e la cassa, io e la terra, io e il cielo! Come ho fatto a non pensarci prima? È così evidente, così reale, più reale delle nostre effimere vite, più reale dei nostri lavori, delle nostre storie d’amore, di tutto quello che ci tormenta invano prima di morire, ma nessuno di noi muore veramente, tutto ritorna indefinitamente sotto infiniti aspetti senza cambiare mai nella sostanza, noi siamo Quello, la Cosa, l’unica cosa esistente per davvero, noi siamo tutto!-

Prese il primo che si trovò accanto e lo baciò in bocca, senza neppure guardarlo. Quando poi lui tentò di ricambiare quel bacio, Sabina era già volata verso altri lidi. Danzava frenetica da un capo all’altro della ressa, abbracciando e baciando tutti.
Mentre entrava in contatto con i corpi degli altri, poteva sentire anche i loro pensieri, vuoti, spenti e confusi: milioni di paure e di ansie dalle quali fuggire lontano, da affogare nell’incoscienza oleosa degli oppiacei, da cui dissociarsi con gli anestetici.

E in tutti, soprattutto nei più giovani, dominava la consapevolezza di essere in qualche modo non adatti per questo mondo, per questa società, per questa scuola, per questa famiglia, per questa relazione, e il terrore di non riuscire a nascondere la propria inadeguatezza agli occhi del partner, dei genitori, dei professori e dei compagni di scuola e di università, agli occhi dell’intera umanità.
Nella sua visione si insinuò la coscienza dell’ignoranza di quanti le stavano intorno: loro non sapevano! Erano tutti chiusi nella loro botta, nel tunnel del loro individualismo, non capivano la bellezza e la gioia dell’esistenza del tutto, non reagivano, non rispondevano, restavano intrappolati nella loro miope storia personale.

Satrasia-Racconto La Festa- Sketch 1

Le scappava; doveva andare a farla da qualche parte, anche se avrebbe potuto alzarsi la gonna e calarsi le mutande lì in mezzo davanti a tutti senza che nessuno le prestasse particolarmente attenzione. Ma non voleva attirare l’interesse di qualche pervertito, ce l’aveva già avuto un ragazzo che amava farsi orinare addosso.

Barcollando lievemente si avviò verso il lato oscuro della radura illuminato soltanto dalla luna. Cos’era reale di ciò che vedeva? Le macchie azzurre, grigie e nere del bosco e del prato si confondevano davanti ai suoi occhi, le sensazioni visive si amplificavano e parevano lasciare scie luminose ovunque. Le ombre proiettate dalla luna si animavano al ritmo della musica come una massa di tentacoli, come se una ressa di gigantesche piovre danzassero ululando al cielo stellato.

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