La lupa

ottobre 26, 2014 da Cronotopo

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Universo Aldebaran, Pianeta Terra febbraio 2055 d.C. datazione locale basata sulla rivoluzione del pianeta intorno alla sua stella, e sulla nascita di Gesù detto il Cristo, primo dei santi.

Satrasia- Racconto La Lupa- sketch 1-Sono viva! Sono ancora viva!- pensò Laura sepolta sotto le macerie. Qualcosa l’aveva sbattuta contro la parete con violenza inaudita, le era mancata l’aria, quando aveva provato a respirare non era riuscita a fare entrare aria nei polmoni, come se fosse stata tutta risucchiata. Poi un sibilo aveva rotto il silenzio e l’aria era tornata, ma nel frattempo il palazzo fatiscente in cui si era rifugiata le stava cadendo sulla testa.

Era caduta in terra ed era stata sommersa dai pezzi dell’edificio. Ora se ne stava sdraiata cercando di riprendersi dallo shock. Cos’era successo? Un terremoto? Sembrava di più una gigantesca esplosione. Qualunque cosa fosse successa, non era niente di buono. Da fuori sentiva provenire caos e urla. Doveva provare a muoversi.

Il corpo le doleva dalle dita dei piedi alle punte dei capelli. Ma non era sopravvissuta fino ai trentacinque nel primo livello per soccombere in quel modo. No, anzi: voleva vivere, come sempre. Avrebbe superato anche questa, come aveva superato le privazioni e i pericoli della vita al livello del suolo.

Riprese il controllo del proprio corpo e iniziò a liberarsi dai detriti che la bloccavano. Miracolosamente, sembrava che non avesse ferite gravi, niente di rotto almeno. Alla fine riuscì a rimettersi in piedi e ad uscire da quel dannato edificio, un antico palazzo della vecchia Arezzo. Uscì dall’androne e si guardò intorno.

-Ma cosa…- pensò stupefatta. La Crosta, l’intricato tetto di ponti in cemento plastico e tubature di lega metallica che separava il primo livello dal secondo, era spaccato, in parte crollato. Una fioca luce filtrava dall’alto, la luce del sole. Iniziò a rendersi conto delle proporzioni dell’accaduto.

Per ore vagò senza meta, guardandosi intorno e comprendendo lentamente come l’intero Blocco Metropolitano aretino doveva essere stato distrutto da qualcosa, qualcosa di molto grave che aveva mandato in frantumi il cemento plastico dei megagrattacieli, la maggior parte dei quali era ormai ridotta a tronconi. Le strade erano piene di cadaveri e di feriti. Ignorò i loro gemiti e tirò dritto.

Il cielo, che rivedeva per la prima volta dopo anni, si stava rannuvolando, scuri nembi lo attraversavano vorticando. Ciò che restava del primo livello era in fermento: era iniziato il saccheggio delle zone ancora raggiungibili del secondo livello. Vedeva gente che fuggiva carica di ogni specie di cibaria. Laura decise di seguire l’esempio e di procurarsi da mangiare. Non fu difficile. Si arrampicò lungo un frammento di megagrattacielo e giunse in una camminamento dove c’era un viavai continuo di persone, indifferenti ai corpi straziati che coprivano gli angoli.

Seguendo il flusso giunse presto ad un centro commerciale esploso, le merci sparse ovunque che rapidamente venivano saccheggiate. Si avviò verso i magazzini, dove il puzzo di cadavere iniziava a intorbidire l’aria: prese un po’ di vestiario nuovo, pantaloni robusti, maglie termiche, felpe, un bel giaccone lungo e un paio di stivali. Si procurò anche della biancheria nuova, ne aveva decisamente bisogno. Le sue mutande erano strappate e sporche, un miscuglio di giallo, di rosso e di marrone; puzzavano come un topo morto. Le gettò via senza tanti complimenti.

Trovò un capiente zaino da trekking, ci infilò i ricambi e si diresse ai reparti alimentari. Prese tutto quello che durava parecchio: legumi in scatola, tonno, salami, formaggi, gallette secche. Per sfizio si prese anche un pacco di biscotti al cioccolato che iniziò a mangiare immediatamente.

Intorno a lei, altri abitanti del suolo, fra cui tante vecchie conoscenze, prendevano tutto ciò che potevano. L’abbondanza non sarebbe certo durata in eterno. L’organizzazione sociale del secondo livello, apparentemente indistruttibile, sembrava invece andata in pezzi, crollata come un castello di carte. Chi, cosa aveva potuto fare una cosa del genere?

Vide un suo amico e lo chiamò: -Ehi, Carlo! Carlo!-

-Ehi, Laura! Sei sopravvissuta!- Carlo era un uomo sui quaranta, brizzolato, un tipo allegro per essere uno del primo livello; si abbracciarono.

-Davvero! Anche tu!- disse lei scostandosi e guardandolo.

-Hai visto qualcuno del nostro giro?-

-No, però spero che ce l’abbiano fatta tutti. Carlo, ma cosa è successo?-

-Senti, non lo so. Qualcuno dice di aver captato segnali radio dell’esercito, parlano di una esplosione nucleare nell’asse Firenze-Pistoia.-

-Una… una bomba atomica? Ma chi è stato? Qualcuno ha attaccato l’Italia? O sono stati quei terroristi… dai, come si chiamano?-

-Non lo so. Senti, dobbiamo muoverci. Andiamo a vedere se è rimasto in piedi qualcuno dei nostri rifugi, magari becchiamo qualcuno!-

-Si, mi sembra una buona idea. Andiamo.-

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Indice:
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