L’inarrivabile stile del Quinto Elemento

ottobre 27, 2014 da Armageddon

Passano gli anni, ma Il quinto elemento, capolavoro di Luc Besson resta uno dei miei film di fantascienza preferiti in assoluto, molto più ricco e interessante della sua ultima produzione, Lucy, che ho trovato un po’ arido, per quanto contenga spunti interessanti anch’esso.

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Il film contiene sicuramente una carrellata di personaggi e interpreti di alto livello, l’ironia da duro di Bruce Willis, calato nel personaggio che interpreta con successo nella maggior parte dei film che lo vede protagonista, Chris Tucker nei panni dell’esilarante Ruby Rhod, star della radio spaziale (“devi essere actual!”) e l’incredibile Gary Oldman, che incarna l’antagonista Jean-Baptiste Emanuel Zorg, lo spietato commerciante di armi, forse il personaggio più riuscito di tutto il film; il tutto condito dalla bellezza diafana di Milla Jovovich, che ha riciclato ciò che ha imparato come quinto elemento, supremo essere, donna dai poteri straordinari, nella serie cinematografica di Resident Evil.

Ma dal mio punto di vista, a farla da padrone per tutto il film è la straordinaria ambientazione fantascientifica messa in piedi dal regista francese, che a quasi vent’anni di distanza non accusa un colpo e continua a tenere testa a ciò che è stato prodotto in seguito nel genere fantascientifico con risorse maggiori ed effetti speciali di ultima generazione.

La New York del 2263 è stata per me la massima fonte di ispirazione nel dare una forma ai mondi ad ambientazione fantascientifica di Satrasia. In particolare la Terra del 2050 dell’universo Aldebaran, coperta dagli immensi grattacieli di cemento plastico, è una suggestione che mi venne proprio sulla fine dei novanta, dopo aver visto non so quante volte Il quinto elemento al cinema.

La città sterminata, sia in senso orizzontale che verticale, con palazzi che non finiscono mai e un caotico traffico di mezzi volanti, è stata magistralmente caratterizzata da Luc Besson, con tratti ai limiti del grottesco, come le vetture volanti che “sgommano”, e né le guglie di Coruscant né mille altre rappresentazioni dello stesso luogo comune della fantascienza nel cinema riescono a tenere testa alla New York del 2263 o ad eguagliare il suo fascino, per i miei gusti.

Un altro tratto saliente del film, che gli conferisce uno stile unico, è il tocco dello stilista francese Jean-Paul Gaultier, che ha curato i costumi. La mano di un vero stilista fornisce a tutta l’ambientazione un’aria davvero fashion (“Super-actual”, direbbero i leccapiedi di Ruby) e propone un immaginario di sapore queer ad ogni fotogramma della pellicola.

Apprezzo molto anche il cliché degli “orchi spaziali”, incarnati dai brutali Mangalores, braccio armato delle trame di Zorg, il quale alla fine cadrà vittima del suo disprezzo per il senso dell’onore dei suoi scagnozzi.

In definitiva il regista ha tratteggiato con pennellate cariche di ironia un mondo tecnofantasy ricco di dettagli avvincenti; gli elementi prettamente fantascientifici, in particolare quelli militari, come armi ed astronavi, sono all’altezza della qualità del film e restano per me un punto di riferimento.

Una nota particolare, rispetto alle fonti di Satrasia, la meritano i Mondoshawan, gli alieni biomeccanici che custodiscono il quinto elemento in attesa del ritorno del male supremo. Sospetto, ma non ne sono sicuro, che la loro sia una delle figure che ha ispirato la presenza, nei mondi di Satrasia, della fazione della Robotica, i difensori degli universi materiali comandati dalle misteriose Divinità della Robotica, la cui genesi è stata particolarmente complessa ed è frutto dell’intreccio di una serie di spunti tratti dalle fonti più disparate; una di queste potrebbero essere proprio i goffi robot viventi che spaventano a morte Luke Perry, che ai tempi dell’uscita del film era noto a tutte le ragazzine come Dylan, il bello e dannato della serie Beverly Hills 90210 (che, mi preme dirlo, non fa parte delle fonti di Satrasia).

Per concludere, un’osservazione sull’arcinemico de Il quinto elemento, il Male Supremo, un pianeta di lava senziente che intende sterminare la vita sulla Terra. Non escludo che possa apparire qualcosa del genere a Satrasia, prima o poi, tuttavia non era questo l’aspetto su cui mi volevo soffermare.

Egli/esso rappresenta uno dei tre classici stereotipi di malvagio nelle opere di fantasia: l’apocalittico, ovvero quello che vule distruggere il mondo (gli altri due sono l’assetato di potere e il casinista). In Satrasia non c’è il male assoluto, poiché vale il postulato del relativismo morale, tuttavia, se uno vuole cercare fra le Forze Superiori che tutto governano qualcuno con gli stessi propositi del pianetone infuocato, dovrebbe rivolgere il suo sguardo verso l’alto…